
Attenzione! Prima di iniziare a leggere questo paragrafo, invitiamo il gentile visitatore a prendere visione dell'articolo esplicativo sul funzionamento delle fotocamere prescelte per il programma Apollo. Potete trovarlo nella sezione blog, cliccando sul seguente link:
Hasselblad 500EL HDC le fotocamere del programma Apollo
La storia delle stelle mancanti nelle fotografie ...
Partiamo dalle tanto discusse fotografie "anomale" che gli astronauti avrebbero riportato dalle loro missioni sulla superficie lunare. Una cosa tanto contestata dai teorici del complotto sarebbe la totale assenza delle stelle. Infatti, dicono, la mancanza pressoché totale di atmosfera che interessa il nostro satellite naturale, sarebbe stata il "non plus ultra" per fare bellissime foto diurne con questi astri. Inspiegabilmente però, le stelle non appaiono da nessuna parte, evidenziando come i cospirazionisti degenerati della NASA, nell'impossibilità di riprodurre con esattezza incontestabile, missione per missione, la posizione di tutti gli astri visibili sulla volta celeste in quei frangenti, avrebbero optato per un più sobrio quanto uniforme sfondo nero, da utilizzare in modo perpetuo in tutti i set super segreti utilizzati per la mistificazione ... Va detto subito che chi si avventura in questo genere di affermazioni dimostra a mio avviso di non aver mai usato una fotocamera e, cosa ancor più grave, di parlare senza possedere alcun genere di cognizione fotografica ...
Le foto delle missioni Apollo, infatti, sono senza stelle perché il suolo lunare, al momento degli allunaggi, era fortemente illuminato dal Sole. Questa peculiare situazione poneva e porrebbe a tutt'oggi, delle precise condizioni nell'utilizzo delle fotocamere, soprattutto qualora si desideri ottenere delle pose spettacolari degne del nome. Era così all'epoca di Apollo e sarebbe così ancora oggi se sbarcassimo sul nostro satellite naturale nuovamente. Infatti, nonostante in rete ne siano state dette di ogni, la verità è che non c'è altra spiegazione scientifica o logica al di fuori di questa per spiegare la mancanza delle stelle: era giorno e a causa della forte illuminazione solare, le stelle non si potevano fotografare, punto! Che ci si trovi sulla Terra, sulla Luna o nello spazio, quando si desidera riprendere una scena molto illuminata (come ad esempio una città di notte, magari dalla sommità di una collina), la domanda che ci si pone in quei frangenti è sempre la stessa: desidero riprendere correttamente il paesaggio illuminato, oppure le stelle sovrastanti presenti nel cielo in quel momento? Le due cose insieme, purtroppo, non sono mai ottenibili con una sola posa! Lo possono essere magari ai giorni nostri, ma solo a fronte di una successiva e complessa elaborazione computerizzata con un software di foto ritocco, che viene ottenuta sommando due pose distinte: una effettuata con la precisa volontà di riprendere le stelle nel cielo, l'altra, il paesaggio. Le singole foto dovranno essere ottenute utilizzando due tecniche altrettanto distinte: una posa "molto veloce" per il soggetto fortemente illuminato (in questo caso la città che non deve apparire sovraesposta) e una posa "molto lenta" per le stelle nel cielo, che al contrario, essendo soggetti molto deboli, hanno bisogno di maggior tempo per accumulare luce sulla pellicola e divenire visibili nella posa.
Nelle immagini sovrastanti è possibile vedere due pose distinte realizzate di notte, sotto un cielo perfettamente sereno e con la precisa volontà di immortalare la città di Lampedusa dal tetto di una casa posta leggermente in periferia. Dopo aver collocato la macchina fotografica su un cavalletto, la città è stata ritratta con due pose distinte. La foto di sinistra è stata acquisita con un tempo di esposizione corretto di solo mezzo secondo. Come si può notare i particolari della città appaiono tutti perfettamente risolubili, mentre il cielo appare nero come la pece. Nella foto di destra, invece, lo stesso soggetto è stato ripreso con ben 5 secondi di posa con la precisa volontà di ritrarre anche le stelle che in quel momento brillavano nel cielo; l'esperimento è perfettamente riuscito! Le stelle della costellazione del Sagittario sono magicamente apparse, ma la città sottostante è stata saturata dalla sovraesposizione fotografica, che anche se ne ha aumentato la spettacolarità, ha cancellato nettamente gran parte dei dettagli che prima erano facilmente distinguibili. Questa posa mostra facilmente quanto affermato finora: non è possibile ottenere una fotografia perfetta se si vuole a tutti i costi miscelare due soggetti con illuminazioni nettamente diverse! I risultati, in caso i due soggetti siano fortemente illuminati, possono essere disastrosi per l'esito finale della posa. Se i due soggetti sono scarsamente illuminati, invece, è possibile farlo, ma solo a fronte di una complessa elaborazione fotografica che consenta di sovrapporre le due singole pose "sommandole" tra loro. Per farlo ovviamente, serve un potente programma di fotoritocco ma i risultati, per quanto innaturali, possono anche risultare spettacolari ...
Di seguito, si veda l'elaborazione di sovrapposizione delle due immagini sovrastanti ottenute con photopea dal nostro staff ...
All'epoca di Apollo, ottenere foto combinabili come quella soprariportata era pura fantascienza! In quegli anni, infatti, esistevano solo tecniche di fotomontaggio manuali e rudimentali, i cui risultati scenici potevano apparire spettacolari ad un pubblico di quei tempi (si vedano i filmati di 2001: odissea nello spazio), ma non avrebbero di certo ingannato gli occhi della scienza odierna, degli attuali esperti più preparati in materia, nonché gli strumenti di analisi software disponibili oggigiorno. La computer grafica (CGI) poi, è in tutto e per tutto una conquista degli ultimi decenni, concessaci solo quando la tecnologia ha permesso lo sviluppo dei primi potenti microprocessori, che all'epoca della conquista umana della Luna erano ancor lungi dall'essere ideati ...
Ma perchè nelle foto di Apollo non appaiono le stelle? La risposta va ricercata come al solito nella fisica ottica e immancabilmente nel comportamento chimico delle vecchie emulsioni fotografiche.
Dato che come dicono i teorici del complotto: "l'assenza di atmosfera sulla Luna dovrebbe fare brillare le stelle due volte di più, rendendole così nettamente risolubili nelle fotografie anche alla luce diurna del Sole", occorre in questi casi ricordar loro, che "anche il Sole stesso è una stella" ed essendo miliardi di volte più vicino alla Luna delle stelle presenti sulla volta celeste, è inevitabile che anch'esso faccia due volte più luce! E' chiaro quindi, che sulla superficie lunare quando è giorno brilla un Sole molto intenso, tanto che gli ingegneri della NASA dovettero adottare tutti gli accorgimenti necessari, atti a difendere gli equipaggi nel miglior modo possibile da questa importante influenza. Uno di questi ad esempio, fu l'utilizzo di tute spaziali bianche, colore indispensabile per riflettere gran parte della radiazione luminosa incidente, abbinate immancabilmente a caschi schermanti con visiere protettive realizzate in lamina d'oro, le stesse che in tutte le fotografie di Apollo che ritraggono astronauti, distorcono le immagini riflesse dell'ambiente circostante ...
Questa visiera speciale, molto simile per funzioni alla maschera di protezione in uso ai moderni saldatori professionisti, si rendeva necessaria proprio per abbattere il pesante riverbero solare presente sulla superficie lunare, comportandosi come una sorta di occhiale da Sole molto attenuante, che oltre a filtrare efficacemente la luce nel visibile e le radiazioni nocive incidenti (prevalentemente ultraviolette e infrarosse), consentiva agli astronauti di muoversi in sicurezza anche controluce. Chiunque abbia un minimo di nozioni di fotografia, sa benissimo a questo punto che scattare buone pose in condizioni di luminosità estrema, non è mai una faccenda semplice! E non lo era nemmeno ai tempi delle missioni Apollo, quando gli astronauti con le loro fotocamere manuali, le Hasselblad 500EL HDC, al fine di ottenere risultati soddisfacenti con le pose, avevano talvolta la necessità di confrontarsi con i tecnici del controllo missione di Houston (MCC), al fine di ottenere i parametri di funzionamento corretto delle loro fotocamere (tempi di esposizione e diaframmi, in relazione al soggetto da fotografare e la sua posizione rispetto al Sole o all'ombra).
Va detto infatti, che per ottenere una posa degna del nome, occorre esporre la pellicola chimica ad una dose calibrata di luce, che gli consenta di impressionarsi con tutta la verosimiglianza possibile al soggetto inquadrato che si è deciso di immortalare. Per fare questo, occorre regolare correttamente il tempo di posa, che corrisponde al frangente, in cui un dispositivo interno dell'apparecchio fotografico, denominato "otturatore", si apre e si chiude per far entrare più o meno velocemente la luce destinata alla fotografia. Il tempo di posa è sempre scelto in funzione dell'apertura del diaframma dell'obiettivo utilizzato, che oltre a regolare efficacemente la quantità di luce che entrerà nell'obiettivo e arriverà sulla pellicola all'apertura dell'otturatore, determina anche la profondità di campo dell'immagine, ovvero quanto lo sfondo in primo o secondo piano apparirà più o meno a fuoco nell'immagine complessiva, attorno al soggetto principale inquadrato. Infine, un altro parametro molto importante è la sensibilità chimica delle pellicola fotografica prescelta, che è sempre espressa in ISO. Questi parametri quando sono opportunamente calibrati tra loro consentono una corretta esposizione dell'immagine prescelta sulla pellicola fotografica. Ne consegue che se voglio ritrarre un soggetto fortemente illuminato, come potrebbe essere ad esempio un astronauta sulla Luna accanto alla bandiera del proprio paese, dovrò per forza di cose utilizzare un tempo di posa accuratamente prescelto. Dato che lo voglio immortalare insieme al paesaggio sullo sfondo, regolerò il diaframma di conseguenza, onde ottenere un'apertura idonea a mettere a fuoco anche il modulo lunare adiacente, nonché parte dell'orizzonte lontano. Sono queste le considerazioni che dovette intraprendere Neil A. Armstrong, comandante della missione Apollo 11, quando scattò la storica foto al collega Edwin "Buzz" Aldrin in posa sull'attenti, accanto alla bandiera americana. La posa, catalogata successivamente dalla NASA come AS11-40-5875, divenne un'icona della storica missione lunare e la si può visionare di seguito, come dimostrazione di quanto detto finora e dell'ottima scelta dei tempi di posa e dei diaframmi da parte del comandante.
Che cos'è il diaframma di un obbiettivo? Il diaframma non è altro che un meccanismo a lamelle, posto all'interno dell'obbiettivo, la cui maggiore o minore apertura, controlla la quantità di luce della posa che dovrà raggiungere e di conseguenza impressionare, la pellicola fotografica. La sua funzione rispecchia fondamentalmente quella dell'iride nell'occhio. La sua apertura determina la focale con la quale si eseguirà la posa fotografica. Un'apertura ridotta consente di riprendere scene molto luminose a discapito di particolari poco evanescenti come possono essere le stelle, viceversa un'apertura maggiore.
Come si può vedere nella foto centrale originale, l'astronauta e gli oggetti di sfondo appaiono perfettamente a fuoco delineando la scelta corretta del diaframma, i particolari più piccoli sono risolubili e i dettagli della tuta spaziale perfettamente visibili, nonostante la forte illuminazione solare incidente, delineando altresì la scelta del tempo di posa corretto. Il cielo sullo sfondo poi, appare nero come la pece, in accordo con le leggi della fisica che prevedono che anche in totale assenza di atmosfera e in un ambiente fortemente illuminato dal Sole, la scelta del rispettivo tempo di posa molto breve (in questo caso 1/160 di secondo), non permette ad astri deboli come le stelle di imprimere la loro fioca luce sulla pellicola!
Per far sì che questo accada occorrerebbero, infatti, tempi di esposizione molto più lunghi. Ma cosa comporterebbe tutto questo? L'esempio riportato qui sotto ne è un esempio!
La foto di sinistra mostra come apparirebbe la foto AS11-40-5875 se fosse stata scattata con tempi di esposizione sottostimati, con tempi di esposizione corretti al centro e sovrastimati nella foto dimostrativa a destra ...
Nelle tre immagini sovrastanti, emerge chiaramente l’impatto cruciale del tempo di posa sulla resa finale dello scatto. Se il tempo di esposizione è sottostimato, la pellicola riceve una quantità di luce insufficiente: il risultato è un’immagine cupa, i cui dettagli sprofondano nell'oscurità in quella che, in gergo tecnico, viene definita sottoesposizione. Al contrario, sovrastimando il tempo di posa, la luce inonda il supporto fotografico saturando i bianchi e "mangiando" letteralmente i contorni degli oggetti. In questo caso la foto appare sovraesposta o, più comunemente, "bruciata". Osservando con attenzione il nero profondo del cielo in una posa sovraesposta, tuttavia, si può notare un dettaglio sorprendente: il buio è punteggiato da flebili tracce luminose che negli scatti correttamente esposti risultano invisibili. Quei puntini bianchi e sfumati sono la timida impronta delle stelle più brillanti, riuscite finalmente a imprimersi sulla pellicola grazie alla lunga apertura dell'otturatore. Ma a quale prezzo? Il tentativo di catturare la luce stellare rende impossibile immortalare i veri protagonisti della scena: l'astronauta, la bandiera e il modulo lunare appaiono come sagome spettrali e indistinguibili, sopraffatte dal riverbero luminoso generale del Sole. È evidente che un tecnico della NASA, in fase di sviluppo, avrebbe scartato immediatamente un simile fotogramma, privandoci delle immagini iconiche che oggi appartengono alla memoria collettiva dell’umanità. Questo esempio spiega, in modo semplice e definitivo, il motivo per cui nelle celebri foto del programma Apollo non si vedono le stelle: alla NASA e agli astronauti non interessava riprenderle. Catturare la volta celeste non rientrava negli obiettivi scientifici della missione! Gli equipaggi trascorrevano mesi ad addestrarsi sotto la guida dei migliori fotografi del Paese proprio per evitare errori; il loro compito era ottenere fotogrammi impeccabili della superficie lunare nel pochissimo tempo a disposizione. Ogni minuto passato sulla Luna era una corsa frenetica contro il cronometro e non c'era spazio per "quisquiglie" come la fotografia astronomica di sfondo. Volare sulla Luna era un’impresa dal
costo astronomico. Il programma Apollo richiese un investimento di circa 30 miliardi di dollari dell'epoca, che rivalutati oggi superano i 150 miliardi. Una cifra simile comportava una responsabilità enorme: ogni missione doveva garantire la massima ricaduta scientifica possibile. Gli astronauti dovevano installare complessi pacchetti di esperimenti (ALSEP), sismometri e analizzatori di polveri, prelevare campioni geologici e documentare con estrema precisione canyon, crateri e rocce. In un ambiente così violentemente illuminato come il suolo lunare, il rischio di sbagliare
l'esposizione era costante. A differenza di oggi, dove smartphone e fotocamere digitali permettono di verificare istantaneamente lo scatto su un display ad alta definizione, all'epoca i risultati erano un’incognita totale. La "verità" emergeva solo una volta rientrati a Terra, nei laboratori di sviluppo della NASA. Questa incertezza giustificava l'estrema apprensione nella scelta dei parametri di posa: sbagliare un rullino significava perdere dati irripetibili. E, come è facile intuire, tornare sulla Luna per rifare una foto mossa o bruciata sarebbe stato un lusso decisamente troppo dispendioso. Se gli astronauti avessero voluto riprendere le stelle avrebbero potuto farlo comodamente, ma in un modo completamente diverso da quanto ipotizzato dai teorici del complotto. Avrebbero semplicemente dovuto mettersi all'ombra del LEM (lontani quindi dal forte riverbero solare), posizionare la macchina fotografica rivolta verso il cielo, magari su un cavalletto per evitare foto mosse ed infine scattare alcuni secondi di posa. Tutto questo fu fatto realmente nel corso della missione Apollo 16, quando gli astronauti John Young e Charlie Duke, dispiegarono un vero e proprio telescopio catadiottrico facente parte del kit di strumenti scientifici ALSEP portati sulla Luna e munito di fotocamera con pellicola sensibile agli ultravioletti. Lo scopo dell'esperimento era quello di scattare alcune foto del pianeta Terra (che appariva sempre fermo in quel punto del cielo lunare), delle stelle e della Via Lattea. La possibilità di ottenere fotografie di questi astri senza il riverbero imposto dal ribollire dell'atmosfera terrestre (seeing), infatti, aveva da sempre incuriosito gli astronomi della NASA. Questo telescopio veniva azionato nei ritagli di tempo dagli astronauti e permise di ottenere risultati importanti nello studio della fisica dell'atmosfera terrestre. La foto posta a destra è uno scatto effettuato dal telescopio in questione e mostra la Terra come appariva negli ultravioletti dall'altopiano Descartes durante la missione Apollo 16 nell'aprile del 1972. Questa foto è stata analizzata anche recentemente da un team di scienziati per verificarne l'autenticità. La posizione del pianeta che appare in fase rispetto le stelle di fondo è impeccabile, dimostrando in toto la piena genuinità e la paternità dello scatto.
È fondamentale sottolineare, inoltre, che il fenomeno della mancanza delle stelle nelle istantanee scattate dagli astronauti Apollo, non riguarda solo le vecchie pellicole Hasselblad degli anni '60. Se osserviamo le fotografie scattate in epoca moderna dagli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale o durante le missioni Shuttle (si pensi agli scatti di Luca Parmitano, Samantha Cristoforetti o Umberto Guidoni), noteremo che il cielo appare sempre come un abisso profondamente nero e privo di stelle. A questo punto, la logica parla chiaro: sostenere la tesi complottista delle "stelle mancanti" significherebbe affermare che anche tutti gli astronauti europei e le agenzie spaziali internazionali siano complici di una messinscena planetaria orchestrata dalla NASA. Una simile deduzione è un’enormità priva di fondamento, che porterebbe paradossalmente a negare non solo gli allunaggi, ma persino la presenza umana in orbita terrestre negli ultimi sessant'anni. È evidente che qui la teoria del complotto smette di essere un dubbio legittimo e si trasforma in un’esagerazione irrazionale che ignora deliberatamente le basi della fisica ottica contemporanea.

Foto cortesia: http://www.apolloarchive.com/Navigando nel web non ho mai incontrato un teorico del complotto che "si esponesse personalmente" commentando le fotografie scattate di recente in orbita terrestre. Eppure, le condizioni di ripresa sono identiche a quelle lunari: assenza di atmosfera, cielo nero come la pece e luce solare accecante! Anche in questi scatti moderni, le stelle non ci sono! Mancano all'appello per un motivo fisico elementare: la pellicola fotografica (o il sensore digitale) non possiede la gamma dinamica dell'occhio umano. Se l'obiettivo è ottenere un soggetto principale ben visibile e correttamente esposto, bisogna accettare inevitabilmente dei compromessi tecnici che portano inevitabilmente all'esclusione dei deboli dettagli di fondo. In realtà però, le stelle sono sempre lì! Nella foto riportata qui a sinistra, scattata intenzionalmente con una leggera sovraesposizione per dimostrare questo concetto, gli astri appaiono in tutto il loro chiarore. Tuttavia, si nota subito un problema: appaiono mosse a causa dell'azione combinata del moto orbitale e del P.T.C. (Passive Thermal Control). In questo scatto, oltre alle stelle, è visibile anche lo strato più esterno dell'atmosfera terrestre, ma a causa del tempo di esposizione esteso necessario a impressionare la luce stellare, i dettagli della navetta e della superficie terrestre risultano inevitabilmente sfocati. Come spiegato in precedenza, le foto spettacolari sono possibili, ma solo scendendo a patti con le leggi della fisica ottica. Un esempio magistrale di questo equilibrio si trova nella foto qui a destra: il razzo Saturn V decolla dal Kennedy Space Center per l'ultima volta nella sua configurazione lunare. È l'inizio della missione Apollo 17, l'ultima arca pilotata da un equipaggio umano a volare verso la Luna. La posa, durata ben 2 minuti e scattata dalla vicina cittadina di Cocoa Beach, cattura la lunga scia infuocata dei cinque potenti motori F-1 del primo stadio. Attorno alla scia, le stelle appaiono leggermente sfuocate sopra un cielo tinto di un rosso profondo, un effetto dovuto sia alle fiamme espulse dal gigante che alla sovraesposizione necessaria per ottenere questa posa iconica.
Recentemente la NASA ha rilasciato le splendide foto ricavate dalla missione Artemis II con a bordo gli astronauti Koch, Glover, Hansen e Wiseman, la prima missione dopo Apollo 17 nel 1972 a lasciare nuovamente la Terra alla volta della Luna (1° aprile 2026). Questa foto ritrae il lato notturno della Terra volutamente sovraesposto per evidenziare i dettagli superficiali del pianeta. Esponendo la Terra con una posa di diversi secondi, sono apparsi i continenti illuminati dalla Luna piena, i dettagli superficiali delle città europee, dell'alta atmosfera, le aurore boreali ai poli e cosa ancor più spettacolare le stelle e i pianeti del sistema solare che si trovavano in prossimità del Sole(qui occultato dalla massa della Terra) in quel momento. Foto cortesia NASA.
Un'altra foto spettacolare di Artemis II che ritrae il lato nascosto della Luna, durante il passaggio orbitale ravvicinato della navicella Orion. La massa lunare occulta il disco del Sole creando una spettacolare ed esclusiva eclissi per gli astronauti. Non essendo presente la parte più accecante e feroce del riverbero solare (è visibile solo la corona), la fotocamera, tarata con un'esposizione più lunga, è riuscita a ritrarre le stelle e i pianeti del sistema solare che si stagliavano sulla volta celeste in quel momento. Foto cortesia NASA.
Nonostante siano passati più di 50 anni dalla fine prematura del Progetto Apollo, gli astronauti di Artemis II hanno dimostrato che la fisica ottica è sempre la stessa e nonostante siano migliorate le tecniche di ripresa fotografica a favore dell'elettronica digitale, il sensore CCD non è ancora in grado di riprendere la Terra e la Luna, illuminate dal pesante riverbero solare, immortalate su un cielo trapuntato di stelle. Anzi! I tempi di posa, regolati per gli ovvi soggetti planetari in primo piano, mostrano inequivocabilmente in secondo piano un cielo nero come la pece! Proprio come nel 1968 ai tempi di Apollo 8 ... Foto cortesia NASA.
Queste foto sono la prova definitiva di quanto asserito in questo capito: le stelle ci sono sempre, ma per vederle nelle fotografie, occorre fare due cose: scegliere il momento e il luogo più opportuno per riprenderle o sceglierle come soggetto principale della posa! Diversamente non si mostrano!


















