La storia della gravità lunare anomala . . .
Un altro pilastro barcollante della disinformazione complottista, spesso presentato come prova definitiva di una frode cinematografica, riguarda la presunta "gravità anomala" visibile nei filmati delle missioni Apollo. Secondo i negazionisti, i movimenti goffi e apparentemente fluttuanti degli astronauti non sarebbero altro che il banale risultato di riprese effettuate sulla Terra e successivamente rallentate in fase di post-produzione, il classico effetto "slow-motion". A una prima e superficiale occhiata, un occhio profano potrebbe lasciarsi suggestionare da questa ipotesi, ma non appena si sottopongono queste sequenze all'analisi della fisica cinematica e della fluidodinamica, la teoria del set hollywoodiano crolla rovinosamente su se stessa, rivelando un'impalcatura di spaventosa ignoranza scientifica e di malafede.
Per comprendere la natura dei movimenti degli equipaggi, è fondamentale fare una netta distinzione tra due concetti che sulla Terra tendiamo a confondere: la massa e il peso. Il peso è la forza con cui la gravità attrae un corpo, mentre la massa è la quantità di materia di quel corpo e determina la sua inerzia, ovvero la sua resistenza ai cambiamenti di moto. Sulla Luna, la gravità è circa un sesto di quella terrestre (1,62 vs 9,81 m/s²). Un astronauta con la sua tuta spaziale A7L e il sistema di supporto vitale PLSS pesava sulla Terra oltre 160 kg; sulla Luna, il suo peso effettivo si riduceva a circa 27 kg. Tuttavia, la sua massa e quindi la sua inerzia, rimaneva esattamente la stessa, pari a 160 kg. Questo squilibrio drammatico tra un peso irrisorio e un'inerzia massiccia rendeva impossibile la normale deambulazione. Fermarsi improvvisamente o cambiare direzione richiedeva la stessa identica forza muscolare necessaria sulla Terra per arrestare una massa di 160 chili, ma con un sesto dell'attrito disponibile sotto le suole degli stivali. È per questo motivo che gli astronauti adottarono il celebre "bunny hop" (il salto a canguro) o una camminata pendolare: non stavano recitando a rallentatore, ma stavano lottando per gestire un corpo che possedeva l'inerzia di un lottatore di sumo ma l'aderenza al suolo di un bambino sui pattini da ghiaccio! Nel video seguente si vede bene l'effetto del peso della tuta spaziale sull'andatura dell'equipaggio e la ricaduta della polvere movimentata dagli scarponi lunari degli astronauti ...
A diretto complemento di queste dinamiche corporee, un altro episodio clamorosamente distorto dai teorici del complotto è il celebre "salto di saluto" compiuto dal comandante John Young durante la missione Apollo 16, di fronte alla bandiera stelle e strisce. I detrattori analizzano i fotogrammi e, notando che l'astronauta si solleva dal suolo per non più di quaranta o cinquanta centimetri, deridono l'impresa sostenendo che un simile balzo sia banalmente replicabile sulla Terra. Aggiungono inoltre che, trovandosi in un ambiente a un sesto di gravità, egli avrebbe dovuto spiccare balzi di svariati metri. Questa obiezione ignora totalmente i vincoli biomeccanici della strumentazione e le inflessibili leggi della cinematica. In primo luogo, la tuta spaziale A7L non era una comoda tuta da ginnastica, ma un veicolo spaziale antropomorfo, rigido e pressurizzato con ossigeno puro; piegare le ginocchia e le caviglie per "caricare la spinta di un balzo verticale" richiedeva uno sforzo muscolare enorme per vincere la naturale resistenza dei giunti pressurizzati. Inoltre, il massiccio zaino vitale PLSS alterava drasticamente il baricentro dell'astronauta, spostandolo verso l'alto e all'indietro. Un salto verticale incontrollato era quindi estremamente instabile e potenzialmente letale: una caduta rovinosa sulla schiena avrebbe potuto guastare il sistema di supporto vitale, decretando la morte certa dell'astronauta. Ma la prova matematica definitiva che riduce in cenere la tesi negazionista risiede nel "tempo di volo" (hang time) misurabile nel filmato. Nel video originale, Young rimane sospeso nel vuoto per circa 1,3 secondi. Sulla Terra, per ottenere un simile tempo di volo prima di ricadere, un atleta dovrebbe compiere un balzo verticale di oltre due metri, un'impresa da salto in alto olimpico, figuriamoci per un uomo intrappolato in uno scafandro da 160 kg di massa complessiva. Un balzo terrestre di soli 45 centimetri riporterebbe i piedi al suolo in circa 0,6 secondi. Le equazioni del moto uniformemente accelerato confermano in modo implacabile che un'elevazione di 45 centimetri percorsa in 1,3 secondi di sospensione è il prodotto matematico esatto e inconfutabile di un'accelerazione di gravità pari a 1,62 m/s². Non vi erano cavi nascosti né pellicole riprodotte a velocità alterata: John Young stava balzando esattamente con la gravità della Luna! Di seguito il video del salto lunare di John Young, durante la missione spaziale Apollo 16 ...
L'ostinazione nel voler declassare queste eccezionali prestazioni fisiche a mere esibizioni teatrali ha spinto alcuni teorici del complotto a individuare, in alcuni fotogrammi sgranati, la presunta presenza di "cavi di sospensione" che avrebbero sorretto gli astronauti durante i salti e le camminate nel set cinematografico. Anche in questo caso, l'illusione ottica viene spacciata per prova schiacciante, ignorando ancora una volta i dettagli tecnici dell'equipaggiamento. Un'analisi accurata e ad alta risoluzione dei filmati, in particolare quelli delle missioni di classe "J" (Apollo 15, 16 e 17), rivela invariabilmente che i fantomatici fili d'acciaio non sono altro che le sottili antenne VHF delle ricetrasmittenti integrate nelle tute spaziali A7L. Queste antenne a stilo, montate sulla sommità del massiccio zaino vitale PLSS, erano realizzate in metallo flessibile e, oscillando al ritmo della camminata dell'astronauta, intercettavano occasionalmente la fortissima luce solare non filtrata dall'atmosfera. Il bagliore metallico momentaneo, catturato dalle telecamere a bassa risoluzione del Rover o da quelle fisse, creava un artefatto visivo lineare e brillante sopra la testa dell'esploratore, che l'occhio suggestionato del negazionista trasforma automaticamente nel filo di un burattinaio. Se gli astronauti fossero stati realmente appesi a delle imbracature, i loro corpi avrebbero inevitabilmente mostrato la tipica dinamica oscillatoria di un pendolo, con un punto di trazione innaturale situato tra le scapole, e non avrebbero mai potuto piegarsi in avanti, inginocchiarsi o ruotare liberamente il busto come invece fanno costantemente in ore e ore di riprese ininterrotte.
Un'ulteriore e schiacciante smentita alle fantasie di un set terrestre si materializza proprio nei momenti di maggiore difficoltà motoria degli equipaggi, ovvero durante le frequenti e rovinose cadute sulla superficie lunare. L'ingombrante tuta A7L, pressurizzata con ossigeno puro, assumeva nel vuoto la rigidità di un copertone gonfio, limitando drasticamente la flessibilità articolare. A questo si aggiungeva il massiccio zaino vitale PLSS, che innalzava e spostava pesantemente all'indietro il baricentro dell'astronauta, rendendo l'equilibrio costantemente precario su terreni accidentati. Quando un esploratore inciampava in un cratere o perdeva aderenza, la caduta non avveniva con la rapidità violenta a cui siamo abituati sulla Terra, ma si sviluppava in un inesorabile, quasi ipnotico "rallentatore" imposto dall'accelerazione di gravità ridotta a 1/6. Tuttavia, l'inerzia dettata dalla massa complessiva di oltre 160 kg rimaneva immutata, rendendo l'impatto con il suolo inarrestabile. È proprio la dinamica fisica della caduta e, ancor di più, quella del recupero a rendere queste scene categoricamente impossibili da falsificare in uno studio televisivo! Se dei tecnici avessero utilizzato imbracature e cavi per rallentare la caduta di uno stuntman zavorrato sulla Terra, il corpo sarebbe rimasto appeso in modo innaturale, trattenuto da un fulcro di trazione centrale, del tutto incapace di rotolare, contorcersi e annaspare liberamente a 360 gradi per cercare un appiglio. Al contrario, i filmati originali mostrano gli astronauti cadere liberamente senza alcun vincolo dall'alto e poi sfruttare a proprio vantaggio la gravità frazionaria per rialzarsi: eseguendo una semplice, singola e vigorosa flessione delle braccia (un piegamento) sul terreno, riuscivano a darsi uno slancio tale da scattare letteralmente in piedi, sollevando l'intera massa del sistema uomo-tuta con una facilità biomeccanica assolutamente irriproducibile sulla Terra. Anche in questo frangente, l'invisibile firma del vuoto fa da garante: durante i ruzzoloni, le manciate di regolite sollevate dalle ginocchiate e dai tentativi di presa ricadono a terra seguendo parabole perfette, prive della minima fluttuazione aerodinamica. Simulare simultaneamente l'assenza di attrito atmosferico sulla polvere e l'assenza di peso su un corpo in caduta libera e in completa rotazione, senza tradire alcun sistema di sospensione, è un miracolo ingegneristico che non appartiene agli studi di Hollywood, ma unicamente al palcoscenico naturale della nostra Luna. Si veda il video sottostante per credere!
Ma la vera e inconfutabile smentita della teoria dello slow-motion, nonché la prova assoluta dell'impossibilità di riprodurre queste scene sulla Terra, non risiede negli astronauti, bensì nella polvere. La superficie lunare è ricoperta dal regolite, una polvere finissima e abrasiva. Quando, durante i rari momenti di svago o durante le lunghe marce, gli astronauti scalciavano il terreno, o quando le ruote in rete metallica del Lunar Roving Vehicle (LRV) sollevavano il suolo durante l'avanzamento, si assisteva a un fenomeno fisicamente irriproducibile in qualsiasi studio televisivo terrestre. Sulla Terra, la presenza dell'atmosfera fa sì che le particelle di polvere sollevate vengano frenate dall'attrito aerodinamico, creando nubi vorticose che rimangono in sospensione per minuti prima di depositarsi lentamente al suolo. Nel vuoto spinto della Luna, questa interazione fluida semplicemente non esiste! Il video sottostante mostra il Rover Lunare di Apollo 16, muoversi tra la polvere lunare della tormentata superficie dell'altipiano Descartes ...
I filmati originali mostrano chiaramente come ogni singolo granello di polvere sollevato, indipendentemente dalla sua dimensione o massa, segua una traiettoria balistica e parabolica assolutamente perfetta, ricadendo al suolo con la stessa accelerazione di un sasso, senza formare il minimo accenno di una nube in sospensione. Questo comportamento è la rappresentazione visiva e macroscopica del principio di equivalenza di Galileo Galilei applicato nel vuoto perfetto. Questo teorema stabilisce che tutti i corpi, indipendentemente dalla loro massa o materiale, cadono con la stessa accelerazione in un campo gravitazionale, se si trascura la resistenza dell'aria. Se i complottisti avessero ragione e i filmati fossero stati girati sulla Terra e poi rallentati, ci troveremmo di fronte a un paradosso fisico insormontabile. Rallentando la pellicola per simulare la bassa gravità sui movimenti degli astronauti, si rallenterebbe inevitabilmente anche il moto della polvere, la quale sembrerebbe fluttuare nell'aria ancora più a lungo, tradendo immediatamente la presenza dell'atmosfera.
È proprio questa totale assenza di aria a spiegare un'altra presunta anomalia ossessivamente cavalcata dai teorici del complotto: il fatto che le zampe e i larghi piatti d'appoggio del Modulo Lunare appaiano, nelle storiche fotografie, perfettamente puliti e privi di polvere! Un occhio abituato alle dinamiche terrestri si aspetterebbe che l'accensione di un potente motore a razzo sopra un terreno polveroso generi un gigantesco polverone turbolento, destinato a ricadere inesorabilmente e a ricoprire l'intero veicolo una volta atterrato. Sulla Luna, tuttavia, il flusso dei gas di scarico ad altissima velocità colpiva il suolo soffiando il regolite radialmente verso l'esterno. Non essendoci un'atmosfera in cui creare moti convettivi o nubi in sospensione, la polvere spazzata via viaggiava rasoterra ad altissima velocità in un ventaglio piatto e invisibile, per poi ricadere balisticamente a notevole distanza dal punto di allunaggio. Inoltre, le sonde di contatto (le lunghe aste sporgenti dai piatti d'appoggio inferiori) segnalavano l'imminente contatto con il suolo quando il Modulo Lunare era ancora a circa un metro e mezzo d'altezza, permettendo ai piloti di spegnere il motore di discesa appena prima dell'impatto finale. Quando i piatti d'appoggio toccavano effettivamente il suolo, la spinta dei gas era già cessata e non vi era alcuna polvere fluttuante pronta a depositarsi in un secondo momento sull'alluminio dorato del carrello, lasciandolo, per logica e stringente necessità fisica, perfettamente immacolato! Le foto sottostanti mostrano le zampe dei LM di Apollo 11 (foto a sinistra e centrale - Cortesia NASA) e di Apollo 12 (foto a destra - Cortesia NASA). E' evidente la totale assenza di contaminazioni da parte della polvere lunare, che era ricaduta inevitabilmente al suolo allo spegnere del propulsore DPS, prima che la zampa stessa appoggiasse solidamente sulla Luna ...
A coronamento di questa inoppugnabile dimostrazione empirica delle leggi fisiche, vi è il celebre esperimento condotto dal comandante David Scott durante le battute finali della missione Apollo 15. Davanti alla telecamera a colori, Scott lasciò cadere simultaneamente dalle proprie mani un pesante martello geologico in alluminio da oltre un chilo e una leggerissima piuma di falcone da pochi grammi. Sulla Terra, la resistenza aerodinamica dell'aria avrebbe frenato quasi istantaneamente la piuma, facendola fluttuare dolcemente verso il suolo molto dopo il tonfo del martello. Sulla Luna, immersi nel vuoto assoluto, i due oggetti precipitarono fianco a fianco con la medesima accelerazione, toccando il suolo nell'esatto e medesimo istante. Questa semplice ma potentissima verifica del postulato di Galileo, eseguita in diretta televisiva, rappresenta lo scacco matto definitivo per chiunque si ostini a credere alla farsa dello studio terrestre: riprodurre la caduta simultanea di un martello e di una piuma è fisicamente impossibile in un ambiente atmosferico, indipendentemente da quanto si possa manipolare o rallentare la velocità di un'ipotetica pellicola! Di seguito il video di Dave Scott, in cui eseguì l'esperimento della caduta dei gravi nel vuoto, evidenziando come "Mr. Galileo was right!" (Traduzione: Il Sig. Galileo aveva ragione!)
L'unico espediente fisico capace di simulare realmente una gravità ridotta o l'assenza di peso sulla Terra, escludendo l'impiego palese di cavi e imbracature che tradirebbero i movimenti innaturali a pendolo, è l'utilizzo di un aereo per voli parabolici, colloquialmente noto come "Zero-G" o "Vomit Comet". Questo velivolo, tipicamente un jet modificato, viene fatto cabrare dai piloti con un angolo di salita ripidissimo, per poi essere spinto in una discesa controllata seguendo la traiettoria esatta di una parabola balistica. Durante lo "scollinamento" e la primissima fase della picchiata, l'aereo e i suoi occupanti si trovano in uno stato di caduta libera, annullando di fatto la sensazione di peso. Calibrando l'inclinazione e la spinta, i piloti possono persino ricreare con esattezza la gravità a un sesto della Luna. Tuttavia, questa manovra aerodinamica estrema ha un limite fisico invalicabile: garantisce l'effetto di microgravità per un lasso di tempo che oscilla tra i 20 e i 30 secondi consecutivi al massimo, prima che l'aereo debba inevitabilmente richiamare la cabrata per evitare di schiantarsi al suolo. È pertanto logisticamente e materialmente impossibile utilizzare un simile aereo per falsificare le missioni Apollo. Le registrazioni televisive delle attività extraveicolari mostrano inquadrature ininterrotte lunghe decine di minuti, e sequenze complessive in cui gli astronauti si muovono, lavorano e guidano ininterrottamente per ore. Nessun aereo al mondo può precipitare verso il suolo per due ore continue garantendo un set a gravità lunare! Senza contare, ovviamente, l'impossibilità palese di stipare all'interno della ristretta fusoliera di un aereo un finto panorama lunare sconfinato, il Modulo Lunare in scala reale, le montagne all'orizzonte e un Rover che corre sollevando polvere.
Un'altra opzione terrestre spesso invocata dai teorici del complotto, che ignorano palesemente i fondamenti della fluidodinamica, è l'impiego di enormi piscine per l'addestramento, (sì, è stato detto davvero!) simili al moderno Neutral Buoyancy Laboratory (NBL) della NASA o alle strutture di immersione già in uso all'epoca dei programmi Gemini e Apollo. In queste immense vasche, gli astronauti zavorrati raggiungono un assetto di galleggiabilità neutra sfruttando il principio di Archimede, simulando l'assenza di peso per testare le procedure biomeccaniche delle passeggiate spaziali. Tuttavia, credere che i nitidi filmati lunari siano stati girati in immersione rasenta il ridicolo scientifico! L'acqua è un fluido quasi ottocento volte più denso dell'aria, capace di opporre una formidabile resistenza idrodinamica a qualsiasi movimento. Se le riprese delle camminate lunari fossero state effettuate sul fondo di una piscina, i movimenti degli astronauti sarebbero risultati innaturalmente frenati dall'attrito viscoso, privi di quegli scatti muscolari fulminei e di quei rimbalzi netti e reattivi visibili sulla Luna. Ancora più invalidante per questa teoria è il comportamento della materia inerte: se calciata sott'acqua, la finta polvere lunare non descriverebbe mai un arco balistico perfetto per poi ricadere repentinamente al suolo, ma creerebbe una nuvola torbida e fluttuante, mossa dalle correnti, impiegando decine di minuti per ridepositarsi. A ciò si aggiunge l'impossibilità pratica di nascondere le immancabili bolle d'aria in fuga dagli sfiati delle tute o le inevitabili distorsioni ottiche e aberrazioni cromatiche causate dall'acqua. La piscina è uno strumento vitale per ingannare i muscoli e abituarli all'assenza di gravità, ma è l'ambiente fisicamente e otticamente più incompatibile in assoluto per simulare la cinematica spietata e cristallina del vuoto spaziale. Di seguito due foto (cortesemente concesse dalla NASA) che illustrano la piscina NBL del JSC di Houston, dove gli equipaggi diretti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), si addestrano ad effettuare le passeggiate spaziali necessarie alla manutenzione della Stazione stessa ...
A onor del vero, per testare l'hardware e l'equipaggiamento in vista delle missioni lunari, la NASA dovette realmente progettare e costruire delle camere a vuoto titaniche, ma le loro reali specifiche tecniche e dimensioni bastano da sole a seppellire definitivamente le fantasie cospirazioniste. Presso il Johnson Space Center (JSC) di Houston, in Texas, troneggia ancora oggi la leggendaria "Chamber A" del SESL (Space Environment Simulation Laboratory). Costruita negli anni '60 appositamente per il programma Apollo, questa struttura è un mostro di ingegneria: un cilindro d'acciaio inossidabile alto come un palazzo di sei piani (circa 36 metri) e con un diametro di quasi 20 metri, sigillato da una monumentale porta blindata del peso di 40 tonnellate. Non si trattava affatto di un comodo set televisivo, ma di una spietata camera di tortura termodinamica. Per simulare l'ambiente spaziale, un complesso sistema di pompe da vuoto sgrossatrici, seguite da potentissime pompe criogeniche, doveva lavorare ininterrottamente per ore (se non giorni) per estrarre l'aria fino a raggiungere un vuoto spinto pari a circa un miliardesimo della normale pressione atmosferica terrestre. Contemporaneamente, le pareti interne venivano portate a temperature estreme: pannelli criogenici attraversati da azoto liquido ed elio gassoso abbattevano la temperatura fino a raggelanti -250°C per simulare il buio siderale, mentre una schiera di gigantesche lampade ad arco voltaico ricreava la micidiale radiazione solare, portando le superfici esposte a temperature di oltre 120°C. Prima di iniziare gli esperimenti, all'interno di questo inferno d'acciaio venivano portati il Modulo di Comando (CSM) e il Modulo Lunare (LM) per testarne la resistenza strutturale, la tenuta a pressione delle paratie l'efficienza dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento delle navicelle (ECS - Environmental Control System) e l'efficienza degli isolamenti termici. Nei test finali, salivano a bordo delle navicelle anche gli astronauti per la verifica attiva dei sistemi, oppure si richiudevano singolarmente all'interno della Chamber A per testare le tute A7L alle condizioni reali del suolo lunare e dello spazio. E qui la logica complottista collassa su se stessa: l'ambiente all'interno della Chamber A era, a tutti gli effetti, letale. Senza una tuta spaziale perfettamente pressurizzata, qualsiasi essere umano sarebbe andato incontro a una morte atroce per ipossia, ebollizione dei fluidi corporei ed embolia fulminante nel giro di pochissimi secondi. Per quanto immensa e avveniristica fosse questa struttura (tuttora la più grande del suo genere insieme alla SPF di Plum Brook in Ohio), al suo interno trovava a malapena posto un singolo veicolo spaziale in assetto statico. L'idea di poter stipare in uno spazio simile un finto paesaggio lunare, colline, un finto orizzonte e un Rover che corre a 15 km/h sollevando polvere, è una grottesca aberrazione ingegneristica. Per non parlare del fatto che un'ipotetica troupe televisiva, i registi, gli attrezzisti e gli operatori luci avrebbero dovuto lavorare in "maniche di camicia" (sì, è stato detto anche questo ...) in un ambiente dove la mancanza di pressione li avrebbe uccisi istantaneamente. Il video che segue mostra in modo chiaro e conciso il funzionamento della Chamber A della NASA al JSC di Houston:
Di conseguenza, per riprodurre in modo autentico il comportamento della regolite lunare mostrato nei nastri Apollo e la continuità ininterrotta delle riprese a bassa gravità, la NASA avrebbe dovuto costruire una camera a vuoto di proporzioni titaniche, grande quanto un intero paesaggio collinare, capace di contenere un set enorme, i mezzi di illuminazione, gli operatori, un Modulo Lunare e un Rover che sfreccia a 15 km/h per diverse miglia, il tutto pompando fuori ogni singola molecola d'aria! Una simile opera ingegneristica non solo non esisteva nel 1969, ma è tecnologicamente ed economicamente irrealizzabile persino oggi. La perfezione delle parabole di polvere scagliate dalle ruote del Rover non è un trucco ottico o un prodigio degli effetti speciali analogici dell'epoca, ma la firma autentica e incorruttibile del vuoto cosmico combinato con un campo gravitazionale ridotto a un sesto. Ignorare questa dinamica, ostinandosi a parlare di pellicole rallentate, significa rifiutare testardamente l'evidenza scientifica, dimostrando che per il complottismo l'ignoranza delle leggi elementari della cinematica non è un ostacolo, ma il requisito fondamentale per continuare, spesso in malafede, a raccontare una visione distorta della vera realtà dei fatti.












