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L'incidente addestrativo di Armstrong e la presunta instabilità del LM ...


Un'altra argomentazione ricorrente, brandita dai teorici del complotto come prova inconfutabile dell'impossibilità tecnica di sbarcare sulla Luna, riguarda la presunta e letale instabilità del Modulo Lunare. Per sostenere questa tesi, i negazionisti ripescano regolarmente dagli archivi storici della NASA i drammatici filmati del 6 maggio 1968, in cui si vede Neil Armstrong perdere il controllo di uno strano trabiccolo volante, lanciarsi con il paracadute a una frazione di secondo dallo schianto e guardare il veicolo esplodere in una palla di fuoco al suolo ...

La deduzione complottista è tanto elementare quanto fisicamente errata: se il miglior pilota della NASA non riusciva a tenere in volo il Modulo Lunare sulla Terra, finendo per schiantarsi miseramente, come avrebbe mai potuto pilotarlo un anno dopo, senza schiantarsi allo stesso modo, nell'ambiente ben più ostile del suolo lunare? Questa domanda, all'apparenza insidiosa, tradisce ancora una volta una totale ignoranza sui fatti, sulle tecnologie addestrative del programma Apollo, delle leggi dell'aerodinamica e delle abissali differenze fisiche tra l'ambiente terrestre e il vuoto cosmico!

Per smontare questo paradosso, è essenziale chiarire un dettaglio tecnico fondamentale: quello che si schiantò al suolo non era affatto il Modulo Lunare (LM), ma il Lunar Landing Research Vehicle (LLRV), affettuosamente ribattezzato dagli astronauti "il letto volante". Si trattava di un simulatore terrestre, un groviglio di tubi innocenti, serbatoi e motori a getto, progettato per uno scopo che rasentava la follia ingegneristica: simulare la discesa del LM sulla Luna, restando immersi nella gravità terrestre e nella densa atmosfera del nostro pianeta. Per compiere questa magia fisica, l'LLRV utilizzava un potente motore a reazione turbofan montato verticalmente al centro del telaio su una sospensione cardanica. Questo jet centrale non serviva per manovrare, ma aveva l'unico scopo di annullare matematicamente i cinque sesti del peso del veicolo, contrastando la gravità terrestre. L'assetto, l'inclinazione e i movimenti laterali erano invece affidati a piccoli propulsori a perossido di idrogeno, simili a quelli che avrebbero equipaggiato il vero LM.

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Il Lunar Landing Research Vehicle (LLRV), affettuosamente ribattezzato dagli astronauti "il letto volante", era un simulatore terrestre progettato per uno scopo che rasentava la follia ingegneristica: simulare la discesa del LM sulla Luna, restando immersi nella gravità terrestre e nella densa atmosfera del nostro pianeta. Foto cortesia NASA.Il Lunar Landing Research Vehicle (LLRV) poteva decollare e atterrare verticalmente, rimanere librato come un elicottero e spostarsi in ogni direzione grazie ai razzi direzionali di cui era dotato. Foto cortesia NASA.
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Il 06 maggio 1968 durante un volo di addestramento, Neil Armstrong perse il controllo del LLRV a seguito di un guasto al circuito dell'elio che controllava i razzi direzionali del velivolo. Fu costretto a eiettarsi, giusto in tempo per salvarsi appeso al paracadute. Foto cortesia NASA. L'astronauta Alan Shepard risponde alle domande dei cronisti dopo il volo di addestramento con LLRV in vista della missione Apollo 14 che fu chiamato a comandare. Foto cortesia NASA.

L'inghippo fisico che i teorici del complotto ignorano completamente è che pilotare questa macchina sulla Terra era un incubo aerodinamico infinitamente più difficile e pericoloso che pilotare il vero Modulo Lunare nel vuoto. Sulla Terra, l'LLRV doveva combattere contro la resistenza dell'aria, le raffiche di vento imprevedibili e la brutale forza di gravità a 9,81 m/s². Un improvviso colpo di vento poteva sbilanciare il simulatore, costringendo il pilota a correzioni violente e continue. Sulla Luna, invece, non essendoci aria, il Modulo Lunare non subiva alcuna interferenza aerodinamica: nessuna turbolenza, nessuna resistenza, nessun vento. Nel vuoto cosmico e con una gravità reale di 1,62 m/s², il vero LM rispondeva ai comandi dei propulsori di assetto con una dolcezza, una precisione e una stabilità cristalline, descritte dagli stessi astronauti come infinitamente più docili rispetto alle rabbiose reazioni del simulatore terrestre. In sintesi, la NASA aveva deliberatamente costruito un simulatore che era mostruosamente più difficile da domare rispetto alla macchina reale: l'assioma era che se un pilota riusciva a sopravvivere al "letto volante" nell'atmosfera terrestre, pilotare il LM sulla Luna sarebbe stata una passeggiata.

Eppure, quel 6 maggio 1968, l'incubo si materializzò. Mentre Armstrong si trovava a circa sessanta metri di quota, una perdita di pressione dell'elio nei serbatoi che alimentavano i propulsori di assetto privò improvvisamente il veicolo della sua capacità di controllo. Senza i razzi direzionali per mantenerlo in equilibrio, il simulatore iniziò a inclinarsi pericolosamente su un fianco, perdendo portanza. Invece di farsi prendere dal panico, le indiscutibili capacità di pilota collaudatore di Armstrong elaborarono ottimamente l'imminenza fisica di un disastro in pochi millisecondi: attese il momento esatto in cui l'angolo di inclinazione lo avrebbe scagliato lontano dalle fiamme e, a soli sessanta metri dal suolo, tirò la maniglia di espulsione! Il suo paracadute si aprì a malapena in tempo per frenare la caduta, mentre il simulatore si disintegrava esplodendo in una nube di carburante a pochi metri da lui. La prontezza di riflessi dell'astronauta fu ai limiti del sovrumano: se avesse esitato mezzo secondo in più, l'inclinazione del sedile lo avrebbe sparato orizzontalmente dritto nel cemento sottostante, uccidendolo sul colpo.

NeilArmstrong1Neil Armstrong è stato uno dei pochi astronauti civili della NASA, celebre per essere stato il primo essere umano a camminare sulla Luna nel luglio del 1969, nel corso della storica missione Apollo 11. Prima della sua carriera spaziale, ha prestato servizio come pilota navale e veterano della Guerra di Corea. In seguito divenne un provetto pilota collaudatore sperimentale, volando su aerei d'avanguardia come l'X-15 della NASA e come comandante della missione spaziale Gemini 8 nel marzo del 1966. La sua formazione accademica includeva una solida base come ingegnere aeronautico. Foto cortesia NASA.

Ma è ciò che accadde immediatamente dopo a spazzare via qualsiasi retorica luna complottista sui "falsi eroi" e a definire l'essenza stessa degli uomini che arrivarono alla Luna. Un normale essere umano, dopo essere sopravvissuto a una palla di fuoco scagliandosi in aria all'ultimo respiro, sarebbe finito come minimo all'ospedale in profondo stato di shock, tremante e circondato dai medici. Neil Armstrong, invece, atterrò, a seguito del lancio si morse la lingua per l'impatto, si spolverò la tuta, si accertò di avere tutte le ossa intere e ignorò completamente le squadre di soccorso che avrebbero voluto ricoverarlo urgentemente per accertamenti. Si incamminò con calma verso il suo ufficio al Manned Spacecraft Center, si sedette alla scrivania e iniziò placidamente ad analizzare schemi elettrici e idraulici del mezzo appena schiantato, per capire cosa diavolo fosse successo in volo, sbrigando le scartoffie relative all'incidente e a compilare i rapporti di volo come se nulla fosse accaduto. Quando, circa un'ora dopo, l'astronauta Alan Bean entrò casualmente nell'ufficio, vide Armstrong assorto tra le scartoffie e gli chiese concitatamente se avesse sentito la notizia che qualcuno si era appena schiantato con l'LLRV. Armstrong alzò lo sguardo dai fogli, fece un mezzo sorriso e rispose con una flemma glaciale: "Sì, ero io."

Questo aneddoto, per quanto possa far sorridere, è una chiave di lettura scientifica e psicologica fondamentale! Dimostra di che pasta fosse fatta la mente di quegli esploratori. Non erano attori fragili pronti a cedere sotto il peso di una menzogna come asserito dai teorici del complotto, ma macchine da calcolo umane, forgiate per analizzare il pericolo, prendere decisioni letali in frazioni di secondo e resettare istantaneamente lo stress per passare al compito successivo. L'incidente del simulatore non fu affatto la prova che non potevamo andare sulla Luna; al contrario, permise agli ingegneri di individuare e risolvere un difetto critico di pressurizzazione prima di lanciare la vera navicella, e confermò in modo inequivocabile che ai comandi della missione più pericolosa della storia umana ci sarebbe stato indubbiamente, uno dei migliori piloti di cui l'intero Paese potesse disporre!

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