La personalità introversa dei Moon Walkers . . .
Spesso la personalità degli astronauti dell'Apollo viene descritta dalla retorica complottista come introversa, sfuggente e inspiegabilmente riservata. I negazionisti interpretano questo presunto isolamento come il sintomo di un inconfessabile stress psicologico, il senso di colpa di uomini costretti a nascondersi dal pubblico per non tradire il segreto di una beffa colossale. A sostegno di questa tesi, si commette l'errore grossolano di paragonare gli esploratori lunari con gli astronauti odierni, figure pubbliche estroverse, attivissime sui social network e sempre pronte a divulgare le proprie missioni. Questo paragone è storicamente e sociologicamente insensato. La differenza tra le due generazioni è abissale: gli astronauti contemporanei provengono in gran parte dal mondo accademico e dalla ricerca scientifica, sono specialisti addestrati anche alla comunicazione e alle pubbliche relazioni. Gli uomini dell'Apollo, al contrario, appartenevano a un'era dominata dalla Guerra Fredda e dalla necessità vitale di collaudare macchine sperimentali estremamente pericolose di cui la loro nazione, a cui avevano giurato fedeltà incondizionata, aveva disperatamente bisogno. La NASA non cercava divulgatori, ma piloti collaudatori, individui forgiati da un durissimo addestramento militare, abituati a prendere decisioni in frazioni di secondo spesso a un passo dalla morte. Arruolati prevalentemente dalla Marina e dall'Aeronautica, erano ufficiali d'alto rango, come capitani e colonnelli abituati al rigore, alla segretezza e a una disciplina ferrea. In quell'ambiente la discrezione era un obbligo, il dovere verso la missione e lo Stato valeva più della vita stessa e il protagonismo mediatico era visto come una debolezza, non come una virtù. Questa mentalità, il celebre "Right Stuff" (la stoffa giusta), rendeva gran parte di questi uomini naturalmente schivi, pragmatici e distaccati dal circo mediatico, un tratto caratteriale che si è inevitabilmente esteso anche alle loro famiglie e oggi completamente perso ...
I dodici Moonwalkers, ad oggi le uniche persone ad aver camminato sulla Luna. Da sinistra in alto: Neil Armstrong (CMD-A11), Buzz Aldrin (LMP - A11), Charles Pete Conrad (CMD - A12), Alan Bean (LMP - A12), Alan Shepard (CMD - A14), Edgar Mitchell (LMP - A14). Da sinistra in basso: David Scott (CMD - Apollo 15), James Irwin (LMP - A15), John Young (CMD - A16), Charlie Duke (LMP - A16), Eugene Cernan (CMD - A17) e Harrison Schmitt (LMP - Geologo - A17). Foto cortesia https://apollo11space.com
A ulteriore e grottesca dimostrazione di come i teorici del complotto manipolino questa proverbiale compostezza militare, estrapolando singoli istanti dal loro contesto naturale, vi è la celebre polemica riguardante le espressioni degli astronauti dell'Apollo 11 subito dopo il rientro. I negazionisti adorano mostrare ossessivamente una specifica fotografia che ritrae Armstrong, Aldrin e Collins all'interno del Mobile Quarantine Facility (il modulo di isolamento a bordo della portaerei USS Hornet), mentre guardano attraverso il finestrino di vetro. I tre appaiono seri, immobili, con lo sguardo teso e impenetrabile. Secondo la narrativa complottista, quei volti sarebbero la maschera inequivocabile del senso di colpa, l'espressione terrorizzata e inconfessabile di tre uomini logorati dall'aver appena perpetrato agli occhi del mondo la più grande truffa della storia umana ...
Ma è davvero così?
Questa interpretazione non è solo psicologicamente puerile, ma intellettualmente disgustosa e disonesta! Quello che i negazionisti omettono sistematicamente di dire e mostrare nei loro siti web o nelle loro trattazioni letterarie, è cosa stesse accadendo esattamente in quel preciso secondo: gli astronauti, confinati in un container claustrofobico dopo un viaggio trans-lunare in cui avevano rischiato la vita innumerevoli volte, stavano ascoltando il formale discorso di benvenuto del Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
Essendo ufficiali militari di carriera e professionisti dal rigore assoluto (o civili di estrazione militare, nel caso di Armstrong), stavano semplicemente mantenendo un atteggiamento consono, rispettoso e marziale di fronte al loro Comandante Supremo che parlava in diretta mondiale. La prova definitiva della malafede complottista risiede nei fotogrammi e nelle fotografie scattate letteralmente pochi istanti dopo: non appena il Presidente terminò l'allocuzione ufficiale, passando a un tono più informale e colloquiale per stendere gli animi di quelle persone che avevano appena affrontato una sfida immensa nello spazio profondo. Alle sue battute, i tre astronauti scoppiarono a ridere, scherzando apertamente con Nixon e mostrando sorrisi ampi, genuini e rilassati ...
Nascondere volutamente queste immagini che ricostruiscono facilmente un contesto, per concentrarsi su un singolo istante di doverosa serietà istituzionale è l'ennesima dimostrazione di come il complottismo non cerchi mai la verità, ma si limiti ad assemblare ritagli di realtà per cucire su misura una menzogna e alimentare il sensazionalismo, utile solo a creare la disinformazione necessaria per vendere (purtroppo nel vero senso lucroso della parola), i loro libri e i loro dvd al pubblico profano.
Apollo 11 fu un vero gruppo di élite nel quale Neil Armstrong rappresentava un'eccezione formale, essendo l'unico pilota civile del programma lunare al momento del suo storico primo passo. Tuttavia, la
sua estrazione non lo rendeva meno rigoroso: era un ingegnere aeronautico e un formidabile pilota collaudatore della NASA, con alle spalle centinaia di voli
su aerei sperimentali estremi e letali come il razzo X-15. La scelta di far scendere lui per primo sulla Luna fu anche un capolavoro di diplomazia politica: in un momento di altissima tensione globale, inviare un civile rappresentava un messaggio di pace per tutta l'umanità, smorzando l'immagine di una conquista puramente militare. Armstrong possedeva già di natura un carattere profondamente riflessivo e di poche parole sempre concise, che i complottisti hanno tentato in malafede più volte di far passare per il rimorso di un bugiardo. Al contrario, la sua vita post-Apollo è stata l'emblema della dignità e dell'integrità! Dopo essere divenuto il primo uomo a scendere su un altro pianeta, Neil Armstrong avrebbe potuto ambire a qualunque posto di prestigio nella politica, nell'industria e nella dirigenza di qualsiasi cosa avesse voluto. Invece, rifiutò le innumerevoli e milionarie offerte commerciali che avrebbero potuto trasformarlo in un fenomeno da baraccone, scegliendo invece di dedicarsi per tantissimi anni all'insegnamento dell'ingegneria aerospaziale ai ragazzi dell'Università di Cincinnati, ritirandosi dalla scena pubblica con la sua famiglia, per vivere finalmente in pace la propria vita, vessata per tanti anni dal clamore e dallo stress del Programma Apollo. Ha continuato però per anni a servire il proprio Paese, partecipando a incontri commemorativi dedicati all'Apollo 11, all'epopea della corsa allo spazio, a numerosissimi seminari scientifici e tecnologici in qualità di relatore, nonché a commissioni d'inchiesta governative fondamentali, come quella sul disastro dello Space Shuttle Challenger di cui fu presidente. La sua leggendaria riservatezza e il suo rifiuto di mercificare la propria immagine sono perfettamente riassunti in alcuni aneddoti tanto curiosi quanto indicativi della sua peculiare personalità: da anni, infatti, aveva smesso di firmare autografi, soprattutto quando si accorse che questi venivano rivenduti sul mercato della memorabilia per cifre astronomiche, arricchendo un indotto di personalità che molto spesso lucravano sulle celebrità e non c'entravano proprio nulla con il mondo della scienza e dell'istruzione. Temi che si erano dimostrati molto cari ad Armstrong. L'episodio più grave però, che lo vide vittima di un altro tentativo di lucrare sulla sua immagine, avvenne nel 2004 ad opera di un insospettabile: il suo barbiere di fiducia. Questi, infatti, raccolse di nascosto i capelli tagliati di Armstrong e li vendette a un collezionista per ben 3000 $. Venuto a conoscenza del fatto, l'ex astronauta non si rintanò nel silenzio, ma agì con assoluta e tagliente fermezza, minacciando una pesante querela legale a meno che il barbiere non avesse devoluto l'intero ricavato a un ente di beneficenza di sua scelta. Il barbiere fu costretto a cedere e i fondi furono donati per la ricerca all'Università di Cincinnati, dimostrando come Armstrong fosse un uomo dai principi etici incrollabili e di certo, non il burattino terrorizzato dalla verità come sostenuto biecamente da sempre dai teorici del complotto lunare ...
Un altro caso emblematico, meschinamente strumentalizzato dai teorici del complotto, riguarda la figura di Buzz Aldrin. Al rientro dalla storica missione dell'Apollo 11, il secondo uomo a camminare sulla
Luna scivolò in una profonda e buia spirale di depressione clinica e alcolismo. I negazionisti si sono avventati su questa fragilità
personale come avvoltoi, dipingendola come la prova inconfutabile del senso di colpa opprimente derivato dal dover mentire al mondo intero. Questa lettura non è solo storicamente falsa, ma ignora crudelmente la realtà clinica e biografica dell'astronauta. Aldrin aveva ereditato una marcata predisposizione familiare alla depressione (sua madre si era tragicamente tolta la vita poco prima del lancio dell'Apollo 11, logorata dalla soverchiante pressione mediatica) e, al ritorno sulla Terra, si ritrovò improvvisamente privo di uno scopo. Dopo aver dedicato ogni singola energia fisica e mentale, con assoluto rigore militare, al raggiungimento del traguardo più ambizioso della storia umana, il rientro alla quotidianità si rivelò un vuoto insopportabile. A questo si aggiunse il peso schiacciante di un tour mondiale e di una celebrità globale costante, asfissiante e non richiesta. Non era il rimorso di un bugiardo a logorarlo, ma la malinconia vertiginosa di chi ha toccato l'apice assoluto dell'esperienza umana e si rende conto che nulla di ciò che farà dopo potrà mai eguagliarlo. Aldrin, dimostrando un coraggio raro, ha affrontato i suoi demoni pubblicamente, scrivendone nei suoi libri, sconfiggendoli e diventando un lucido e instancabile sostenitore dell'esplorazione spaziale, soprattutto quella verso Marte. E che il suo spirito non si fosse mai piegato a compromessi lo ha dimostrato in modo plateale nel settembre del 2002, all'età di 72 anni. Il famigerato documentarista complottista Bart Sibrel lo attirò in un'imboscata fuori da un hotel di Beverly Hills; Sibrel gli bloccò aggressivamente il passaggio, gli sbatté una Bibbia in faccia intimandogli di giurare di essere stato sulla Luna, per poi insultarlo urlandogli in faccia di essere "un codardo, un bugiardo e un ladro". La reazione di Aldrin non fu la fuga impaurita di un truffatore smascherato, ma un formidabile e chirurgico gancio destro che si abbatté dritto sulla mascella del provocatore. Le autorità giuridiche di Los Angeles, esaminati i filmati dell'aggressione psicologica e fisica subita dall'anziano astronauta, si rifiutarono di procedere penalmente contro Aldrin. Quel pugno non è stato solo un atto di legittima difesa, ma la risposta viscerale, fiera e inequivocabile di un pioniere che non tollera di veder derisa la missione per la quale ha rischiato la vita e ha visto perire i propri compagni.
L'idea che i restanti "Moonwalkers" siano scomparsi dalla circolazione, rintanandosi dietro le scrivanie di oscure multinazionali per sfuggire alle domande, è un'altra falsità facilmente smentibile. Sebbene alcuni abbiano faticato a riadattarsi alla vita quotidiana, la stragrande maggioranza di loro ha continuato ad avere un'esistenza pubblica, attiva e spesso strettamente legata alla divulgazione scientifica. Molti hanno partecipato regolarmente a eventi di gala, conferenze internazionali e riprese di documentari. Un esempio classico è David Scott, comandante dell'Apollo 15, che ha lavorato a lungo come consulente tecnico per Hollywood, collaborando a stretto contatto con l'attore e produttore Tom Hanks alla realizzazione del celebre film "Apollo 13" e della monumentale miniserie televisiva "Dalla Terra alla Luna" ("From the Earth to the Moon"). Anche il leggendario John Young, veterano dell'Apollo 16 e comandante del primo volo dello Space Shuttle, non ha mai abbandonato la scena, lavorando ininterrottamente per oltre quarant'anni come alto dirigente e coscienza critica per la sicurezza dei voli NASA. Alan Bean, il quarto uomo a camminare sulla Luna con l'Apollo 12, ha trasformato la sua esperienza in un'incredibile carriera artistica: è diventato un pittore affermato a livello mondiale, dedicando la sua vita a dipingere l'epopea spaziale a cui aveva preso parte. Nelle sue tele, Bean ha persino mescolato minuscole quantità di vera polvere lunare, recuperata dai suoi emblemi originali e dagli strumenti utilizzati durante la missione sulla superficie selenica. E come non citare Russell Schweickart di Apollo 9, Dave Scott di Apollo 15, Charlie Duke dell'Apollo 16 e il geologo Harrison Schmitt di Apollo 17, Fred Haise di Apollo 13 che ancora oggi viaggiano per il mondo tenendo affollatissime conferenze sulla loro esperienza extraterrestre. La stessa cosa facevano i leggendari Eugene Cernan di Apollo 10 e 17, Jim Lovell di Apollo 8 e 13, Frank Borman di Apollo 8, Dick Gordon di Apollo 12, Ken Mattingly di Apollo 16, James McDivitt di Apollo 9, Edgar Mitchell di Apollo 14, prima di morire, purtroppo in tempi recenti, per gravi e inevitabili problemi geriatrici.

A conferma del fatto che questi uomini straordinari non si siano mai trincerati nel silenzio, basta scorrere le cronache degli ultimi decenni, ammirare produzioni cinematografiche in formato IMAX come "Magnificent Desolation", per le quali numerosi esploratori lunari hanno prestato la loro voce, la loro consulenza e la loro testimonianza diretta, o semplicemente fare una rapida ricerca in rete per scoprire le loro fondazioni e le loro attività culturali. Per chi desiderasse esplorare nel profondo la psicologia, i trionfi e i tormenti di questi esseri umani dopo il loro epico ritorno a casa, la lettura del libro "Polvere di Luna" (pubblicato in Italia da Cairo Editore) del giornalista Andrew Smith rappresenta un viaggio imprescindibile. Smith ha rintracciato e intervistato personalmente tutti i "Moonwalkers" all'epoca ancora in vita, senza incontrare alcuna barriera di segretezza, CIA o oscuri servizi di sicurezza a impedirglielo. Ha raccolto le confidenze di uomini reali, profondamente segnati da un'esperienza letteralmente cosmica, ma indiscutibilmente autentica! Le loro esistenze e le loro incredibili testimonianze, lontane dall'essere la sceneggiatura di una meschina truffa governativa, sono state la complessa, umanissima e affascinante continuazione del più grande viaggio mai intrapreso dall'umanità.





















