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Le fotocamere usate nel programma Apollo ...


Tutte le fotografie scattate dagli astronauti della NASA nel corso della Corsa allo Spazio furono ottenute con speciali fotocamere appositamente modificate per l'uso in orbita. Queste furono progettate e costruite dalla prestigiosa azienda svedese Hasselblad. La scelta del brand che avrebbe dovuto fornire l'hardware di ripresa per immortalare l'avventura americana nello spazio fu un evento quasi casuale. In principio, infatti, la NASA considerava la possibilità di documentare fotograficamente i voli spaziali come una formalità di secondaria importanza. L'attenzione sulla reale portata storica di questa attività, invece, fu indubbiamente evidenziata dall'astronauta Walter Schirra, che durante la missione orbitale Mercury 8 portò clandestinamente con sé, sulla navicella Sigma 7, la propria fotocamera privata Hasselblad 500C. Questo modello, ovviamente, non era stato pensato per il volo spaziale, ma diede indiscutibilmente ottimi risultati nell'immortalare i superbi panorami della Terra vista dall'orbita. Quando la NASA prese atto della spettacolarità delle immagini ottenute da Schirra, si convinse che il marchio Hasselblad avesse tutti i numeri per conferire prestigio agli storici eventi che stavano per concretizzarsi.

Fu così che l'ente spaziale americano commissionò alla casa madre svedese la realizzazione di un modello di fotocamera che potesse essere impiegato anche nel vuoto ostile dello spazio. Requisiti fondamentali dovevano essere la semplicità di utilizzo e l'estrema maneggevolezza dell'apparecchio nel regolare tempi d'esposizione, diaframmi e messa a fuoco, anche per mani rese goffe dai pesanti guanti di una tuta pressurizzata. Dopo pochi mesi di ingegno e riprogettazione, fu presentato al mondo il primo modello di macchina fotografica destinato a divenire in poco tempo un vero e proprio eroe leggendario dell'era spaziale: la Hasselblad 500EL. Questo apparecchio permise di immortalare gli indimenticabili scorci della Terra nel corso delle ultime missioni Mercury, le storiche passeggiate spaziali e i rendez-vous tra navicelle del programma Gemini, fino alla prima missione di una capsula Apollo in orbita terrestre (Apollo 7). A partire dalla missione Apollo 8, inoltre (la prima a orbitare intorno alla Luna con esseri umani a bordo nel Natale del 1968) vennero introdotte per la prima volta le Hasselblad 500EL dotate di motore elettrico, che consentiva l'avanzamento automatico della pellicola e il controllo circostanziato dell'otturatore. Da quel momento, questo modello avrebbe accompagnato fedelmente tutte le missioni Apollo, raggiungendo ben presto anche la superficie lunare ...

La fotocamera Hasselblad 500EL in dotazione alle missioni Apollo era realizzata in due versioni specifiche:

- un modello progettato per l'utilizzo all'interno delle navicelle spaziali (CSM e LM), denominato per l'appunto 500EL (HEC);

- un modello progettato per l'uso nel vuoto dello spazio e sulla superficie lunare, denominato 500EL Data Camera (HDC).

Entrambi i modelli potevano montare tre tipi principali di obiettivi:

- un obiettivo normale Zeiss Planar da 80 mm f/2.8;

- un obiettivo grandangolare Zeiss Biogon da 60 mm f/5.6 (l'obiettivo per eccellenza impiegato per le passeggiate sulla superficie lunare);

- un teleobiettivo Zeiss Sonnar da 250 mm f/5.6.

Ogni obiettivo poteva montare un filtro polarizzatore per smorzare i forti riflessi presenti nello spazio o sulla superficie lunare. Il modello realizzato per l'uso in attività extraveicolare era stato costruito utilizzando leghe metalliche leggere che ne consentivano il funzionamento anche in ambienti estremi. Questi materiali, oltre a conferire notevole robustezza alla macchina fotografica, erano stati appositamente verniciati di color argento, permettendo così di riflettere efficacemente verso l'esterno gran parte della radiazione elettromagnetica incidente (luminosa, ultravioletta e infrarossa). La Hasselblad 500EL era una macchina fotografica straordinaria, progettata per resistere a escursioni termiche notevoli che potevano oscillare tra i +120°C e i -65°C, a seconda che si trovasse illuminata dal Sole o esposta alla gelida ombra dello spazio. La meccanica, inoltre, era stata ottimizzata per evitare inceppamenti della pellicola o degli organi in movimento come l'otturatore, e poteva funzionare senza i convenzionali oli lubrificanti terrestri, che esposti al vuoto si sarebbero inesorabilmente vaporizzati. Durante tutto il programma Apollo, le Hasselblad 500EL funzionarono impeccabilmente. Soltanto durante la missione Apollo 16 una delle due fotocamere utilizzate sulla superficie lunare presentò una serie di anomalie. Si appurò in seguito che queste furono dovute agli effetti nefasti dell'abrasiva polvere lunare, molto probabilmente penetrata nella meccanica durante il cambio di un caricatore effettuato con guanti contaminati. Questa Hasselblad presentò saltuari problemi di inceppamento, nonché evidenti contaminazioni fisiche e graffi sulle pose, valutabili in gran parte degli scatti effettuati durante la fase esplorativa della missione (si veda la galleria fotografica di Apollo 16 al seguente link: https://apolloarchive.com/apollo_gallery.html). A differenza dei modelli convenzionali utilizzati sulla Terra, le fotocamere lunari utilizzavano rullini fotografici incapsulati in appositi caricatori schermati che, oltre a offrire protezione alla pellicola dai rigori del vuoto e dalle radiazioni elettromagnetiche, si rivelarono estremamente maneggevoli e pratici durante la sostituzione. Il formato utilizzato era il classico 70 mm fornito da Kodak, che per la prima volta nella storia lo sintetizzò appositamente per la NASA su un film in poliestere molto più sottile e lungo ben 12 metri. Questa soluzione era ottimizzata per consentire 200 scatti per i caricatori in bianco e nero e 160 per quelli a colori, superando ampiamente i 12 scatti canonici previsti per il grande pubblico. Quando era utilizzata sulla superficie lunare, la Hasselblad 500EL HDC era fissata al torso della tuta spaziale tramite una staffa metallica. Questa pratica posizione consentiva all'astronauta di puntarla con maggiore facilità verso la scena da riprendere e di maneggiarla liberamente con entrambe le mani per impostare i tempi di esposizione, l'apertura del diaframma, la messa a fuoco, o per sostituire un caricatore fotografico o l'obiettivo. I tempi, i diaframmi e la messa a fuoco erano regolabili attraverso tre apposite ghiere (dotate di levette metalliche sporgenti per facilitare la presa) che si trovavano montate sugli obiettivi intercambiabili. Questa ingegnosa architettura permetteva all'astronauta di regolarle a piacimento, valutando le posizioni a scatto delle ghiere grazie alla loro collocazione anteriore, che le rendeva facilmente visibili guardando verso il basso dall'interno del casco sferico. Lo scatto della fotografia avveniva mediante un apposito pulsante posto sotto l'obiettivo e azionabile con entrambe le mani, o un apposito grilletto, montato su un manipolo sporgente posizionato sotto la fotocamera stessa. La Hasselblad 500EL HDC non era dotata di mirino ottico, tantomeno del classico pozzetto catadiottrico di puntamento che equipaggiava i modelli terrestri. L'uso di questi dispositivi si sarebbe rivelato del tutto impraticabile, dato che l'astronauta non avrebbe mai potuto portarli all'occhio a causa dell'ingombro del casco pressurizzato. Il puntamento dei soggetti, pertanto, richiedeva lunghe sessioni di addestramento pre-missione sulla Terra, al fine di perfezionare la stima "a occhio" dell'inquadratura, muovendo fisicamente l'intero busto. L'assenza del mirino spiega il motivo per cui gran parte delle fotografie scattate dagli astronauti Apollo risultano spesso decentrate o inclinate rispetto alla posizione del soggetto. Nonostante le tecniche sviluppate di missione in missione, la perfezione compositiva delle inquadrature non è mai divenuta una costante. Bisogna però sempre ricordare che gli astronauti erano giunti sulla superficie selenica per scopi scientifici ed esplorativi, non certo per improvvisarsi fotografi da matrimonio. Il lavoro documentale svolto, tuttavia, fu di egregia qualità e permise di ampliare enormemente la comprensione geologica del nostro satellite naturale.

HasselbladA12
 PARTICOLARE DELL'IMPUGNATURA
CON GRILLETTO DI SCATTO
 PARTICOLARE DELLA STAFFA DI FISSAGGIO DELLA
FOTOCAMERA CON LA TUTA SPAZIALE
 ALAN BEAN - APOLLO 12
PARTICOLARE DELLA FOTOCAMERA

Un elemento tecnico cruciale della fotocamera lunare era la Lastra di Réseau (Réseau Plate), installata a ridosso della pellicola. Si trattava di una lastra in vetro temprato che portava inciso un reticolo costituito da piccole croci opache di collimazione, conosciute anche come "marcatori fiduciali". Lo scopo di questo dispositivo era impressionare in sovraimpressione sulla pellicola una serie di crocette millimetricamente distanziate tra loro, che permettevano, in fase di post-missione, di calcolare e misurare accuratamente le distanze e le proporzioni angolari tra gli oggetti ripresi. Questo metodo era già in uso per la fotogrammetria aerea militare. Non essendo presenti sulla superficie lunare riferimenti dimensionali familiari (come una casa, un albero o una strada), diveniva estremamente difficile dedurre la reale scala delle caratteristiche geologiche. A complicare as16 107 17473 StoneMountainApollo 16 - Stone Mountainulteriormente le cose, l'orizzonte lunare appariva inevitabilmente più vicino e curvo rispetto a quello terrestre, a causa delle notevoli differenze di raggio tra i due corpi celesti. Tutto questo insieme di fattori rappresentava un vero grattacapo di fronte a ogni calcolo prospettico, specialmente considerando che le fotografie costituivano spesso la sola fonte investigativa disponibile per far luce sui numerosi quesiti topografici. Per queste ragioni, l'uso della Lastra di Réseau rappresentò la chiave di volta matematica. La distanza angolare fissa e scandita dai crocicchi consentiva di ottenere proporzioni e distanze con estrema precisione utilizzando la trigonometria. La lastra utilizzata nelle Hasselblad HDC aveva una dimensione di 54 x 54 mm (l'area di esposizione utile sulla pellicola). Ogni lastra conteneva 25 crocicchi complessivi, suddivisi in una matrice 5 x 5. Tutti i crocicchi avevano la stessa dimensione, fatta eccezione per quello centrale, che era grande circa il doppio per evidenziare il centro esatto del fotogramma e l'asse ottico dell'obiettivo. Le intersezioni delle croci erano distanti tra loro esattamente 10 mm, con una tolleranza di incisione di appena 0,002 mm. Così, montando un obiettivo da 60 mm di focale, la distanza tra le croci si traduceva in una separazione angolare apparente di 10,3°. Con un teleobiettivo da 250 mm, invece, la separazione diveniva molto più stretta. Questo reticolo rendeva accuratissime le estrapolazioni per misurare l'altezza di una montagna, la distanza di un cratere o le dimensioni di un masso. I crocicchi della Lastra di Réseau, nonostante fossero fisicamente incisi e opachi, erano molto sottili. La loro visibilità sulle pellicole fotografiche dipendeva dalle condizioni di scatto e dall'esposizione.

LastraRéseau

Se un soggetto inquadrato risultava estremamente luminoso o bianco, era molto probabile che la sagoma nera della croce venisse occultata dalla persistenza del riverbero chimico luminoso impresso nell'immagine (fenomeno di fioritura o bleeding). È esattamente quello che accadde alla celebre posa AS16-107-17446 (Apollo 16), scattata quando gli astronauti si fermarono sulla Stone Mountain per orientare l'antenna verso la Terra. In quel frangente inquadrarono il meraviglioso altopiano Cayley; un crocicchio di quel fotogramma apparve letteralmente "inghiottito" dal riverbero bianco emesso dall'antenna del Rover. Sebbene i motivi di tale scomparsa ottica siano palesi e scientificamente ineccepibili, la foto finì inspiegabilmente nel tritatutto complottista, alimentando la delirante tesi che la croce "nascosta" dietro l'antenna fosse la prova regina di un fotomontaggio. Tuttavia, questo banale fenomeno si presenta identico anche sulla Terra: provando a fotografare a pellicola un capello posto davanti a un potente faretto o a un foglio eccessivamente illuminato, ci si accorgerà che la sagoma scura scompare, assorbita dall'alone di luce circostante. È una reazione del tutto normale, imputabile alle caratteristiche fotochimiche delle emulsioni, e non certo alle strampalate e assurde manipolazioni di post-produzione invocate dai teorici del complotto.

Apollo11 LastraDiRoseauLastraDiResau Hasslblad500ELMagazine 
 PARTICOLARE DELLO SCATTO AS11040-5904 CHE MOSTRA LE CROCI DI RESEAU SU UNA FOTO SCATTATA PER SBAGLIO NEL CORSO DELLA MISSIONE APOLLO 11PARTICOLARE DELLA LASTRA DI RESEAU IN DOTAZIONE ALLE HASSELBLAD 500EL (CORTESIA: CludHasselblad.com)PARTICOLARE DEL RULLINO FOTOGRAFICO IN DOTAZIONE ALLE HASSLBLAD 500EL (CORTESIA: SMITHSONIAN INSTITUTE)

Occorre precisare che le fotocamere Hasselblad HDC non erano dotate di esposimetro né di autofocus, ma erano rigorosamente manuali. La scelta dei tempi di esposizione e dei diaframmi era a completa discrezione degli astronauti, appositamente addestrati a valutare "a occhio" la giusta combinazione. La ghiera dei tempi spaziava dalla posa B (Bulb) (otturatore aperto finché si manteneva premuto il grilletto) al rapidissimo 1/500 di secondo, passando per posizioni intermedie (1s, 1/2, 1/4, 1/8, 1/15, 1/30, 1/60, 1/125, 1/250). La ghiera del diaframma regolava il diametro del foro d'ingresso della luce e operava su step che andavano dalla massima apertura (f/2.8 o f/5.6 a seconda dell'ottica) alla massima chiusura (f/22). I diaframmi più aperti (f/5.6) venivano impiegati per la ripresa di soggetti in ombra; quelli chiusi (f/8, f/11) venivano usati per soggetti violentemente illuminati dal Sole. La ghiera della messa a fuoco, a differenza delle altre, ruotava in modo fluido senza scatti di posizionamento, consentendo all'astronauta di stimare la distanza in metri (focus a zona) o di impostarla sull'infinito per i panorami lontani. Essendo la Hasselblad 500EL una macchina fotografica completamente manuale, l'addestramento pre-missione fu in gran parte dedicato anche a padroneggiare queste tecniche stando rinchiusi dentro l'ingombrante tuta A7L. I costi del programma Apollo erano astronomici: l'intera impresa costò ai contribuenti americani 25,8 miliardi di dollari, pari a oltre 250 miliardi odierni. Ogni minuto passato sulla superficie lunare aveva un valore incalcolabile. Era vitale ottimizzare i tempi e ridurre a zero il margine di errore fotografico. Per questo motivo, la posizione di ogni singolo scatto venne rigorosamente pianificata nei piani di volo e affinata durante le simulazioni sulla Terra.

HasselbladLegend
PARTICOLARE DELLA FOTOCAMERA HASSELBLAD 500EL - N.1 GHIERA DI CONTROLLO DEL FILTRO POLARIZZATORE - N.2 GHIERA DI CONTROLLO DEL TEMPO DI ESPOSIZIONE - N.3 GHIERA DI CONTROLLO DELLE APERTURE DEL DIAFRAMMA - N.4 GHIERA DI CONTROLLO DELLA MESSA A FUOCO - N.5 CORPO MACCHINA - N.6 BLOCCO/RILASCIO DEL CARICATORE FOTOGRAFICO (RULLINO A PELLICOLA) - N.7 CARICATORE FOTOGRAFICO (RULLINO A PELLICOLA) - N.8 INDICATORE NUMERICO DEGLI SCATTI RESIDUI DISPONIBILI - N.9 GRUPPO MOTORE DI AZIONAMENTO MECCANICO CON BATTERIE

Questa accurata pianificazione era resa possibile dalle caratteristiche prevedibili e costanti dell'ambiente lunare: assenza totale di atmosfera (e quindi di nuvole o foschia) e una lentissima variazione dell'altezza del Sole sull'orizzonte. Tutte le missioni Apollo allunarono intenzionalmente in zone prossime al terminatore lunare, dove era mattino presto e il Sole risultava molto basso. Questa angolazione radente garantiva ombre lunghe che enfatizzavano il rilievo dei crateri (aiutando il pilota durante la discesa) e assicurava una grande stabilità termica. La rotazione della Luna è infatti lentissima (un mese lunare dura 29,53 giorni terrestri, diviso in circa 14,75 giorni di luce ininterrotta e 14,75 di buio). Atterrando al mattino, gli astronauti operavano su un terreno che si stava ancora lentamente riscaldando, mantenendo le temperature esterne entro margini gestibili (+50°C) per i sistemi di supporto vitale. Questa illuminazione stabile per ore permetteva di pianificare con largo anticipo esattamente dove, come e con quali parametri scattare le fotografie.

Hasslblad500ELMagazineLabels

È quindi chiaro il motivo per cui i piani di volo riportavano pedissequamente le coordinate fotografiche. Ogni posa pianificata teneva rigorosamente conto della posizione del Sole. Da questi dati, memorizzati o stampati sui polsini delle tute, gli astronauti ricavavano al volo l'esposizione corretta. Data la frenesia delle attività extraveicolari (soprattutto nelle estese missioni J come Apollo 15, 16 e 17), molto spesso era il Controllo Missione di Houston a ricordare via radio agli equipaggi i parametri esatti da impostare sulla Hasselblad. Per evitare brutte sorprese, gli astronauti applicavano sistematicamente la tecnica del bracketing, scattando più pose dello stesso soggetto ma modificando di uno step l'apertura del diaframma; ciò garantiva matematicamente di portare a casa almeno una fotografia esposta alla perfezione. Le linee guida basilari dell'esposizione in base all'angolo solare erano persino stampate su comode etichette arancioni incollate direttamente sul dorso dei caricatori. Nel corso della missione Apollo 11 (in cui furono mossi i primissimi passi su un altro corpo celeste) furono realizzate quasi 1.400 pose complessive sui 9 caricatori portati nel Mare della Tranquillità (857 in bianco e nero e 550 a colori). Per ridurre all'osso il peso del Modulo Lunare durante la critica fase di decollo verso l'orbita, fu applicata una direttiva severa: dalla Luna sarebbero tornati indietro solo gli astronauti, i campioni di roccia e i preziosissimi caricatori contenenti la pellicola impressa. Le fotocamere Hasselblad HDC impiegate (12 in tutto il programma) furono invece spogliate dei rullini e deliberatamente abbandonate sulla polvere lunare per risparmiare preziosi chilogrammi di carico utile. Giacciono ancora oggi in quei deserti alieni, in un ambiente immutabile dove il silenzioso logorio del tempo cambia soltanto la lunghezza delle ombre. Oggi, tutte le storiche fotografie scattate nel corso delle missioni Apollo sono digitalizzate ad altissima risoluzione e liberamente consultabili sul sito del Project Apollo Archive (www.apolloarchive.com).

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