Conoscete davvero la Luna ?

La Luna, l'unico satellite naturale della Terra, non è affatto quel vicino di casa rassicurante e prossimo che le rappresentazioni bidimensionali dei libri di scuola spesso suggeriscono. Essa orbita a una distanza media di circa 384.400 chilometri, uno spazio talmente vasto da poter ospitare, uno accanto all'altro, tutti gli altri pianeti del sistema solare. La Luna raggiunge una distanza minima dalla Terra di 363.300 km durante il perigeo e una massima di 405.500 km all'apogeo. E' così lontana dal nostro pianeta che persino una capsula spaziale, lanciata all'incredibile velocità di 10,8 km/s, impiega 3 giorni e 14 ore per giungere a destinazione (dati medi riferiti alla missione Apollo 17). Per dare le dovute proporzioni, se potessimo compiere lo stesso viaggio con un aereo supersonico come il Concorde (2179 km/h), resteremo seduti al nostro posto con le cinture allacciate per 7 giorni e 8 ore, che diventerebbero quasi 18 giorni a bordo di un normale aereo di linea (920 km/h). Con un treno ad alta velocità (300 km/h) passeremmo quasi 2 mesi interi in carrozza, mentre in automobile (viaggiando a 130 km/h ininterrottamente 24 ore su 24) ci vorrebbero 4 mesi. I più temerari dovrebbero affrontare quasi due anni di pedalata ininterrotta in bicicletta, oppure 4 anni e 4 mesi in corsa sostenuta e incessante a piedi. Occorre però precisare una cosa molto importante circa i tempi di percorrenza di un'astronave in volo dalla Terra alla Luna. Se si fanno bene i calcoli, infatti, risulta che una navicella lanciata a 10,8 km/s (38.880 km/h) verso il suo obiettivo, per percorrere una distanza media di 384.400 km, dovrebbe impiegare solo 9 ore e 48 minuti. Perché allora Apollo impiegava mediamente 3 giorni e mezzo? Per
trovare una risposta occorre analizzare il contesto gravitazionale in cui la navicella era immersa. Al momento del TLI (l'accensione propulsiva che inviava la navicella spaziale dall'orbita terrestre chiusa, in una lunga traiettoria di trasferimento verso la Luna) la velocità iniziale, necessaria per uscire dal pozzo gravitazionale terrestre, era per l'appunto di 38.880 km/h. Questo rateo tuttavia, scendeva repentinamente per gran parte del viaggio, perché la navicella era ancora soggetta alla gravità terrestre, che lentamente ma in modo inesorabile, l'attraeva a sé tirandola indietro. Una volta raggiunto un punto, posto a circa 5/6 del percorso (circa 326.000 km dalla Terra), le cose cambiavano radicalmente. La navicella entrava nella cosiddetta "sfera di influenza lunare", una regione dello spazio circumterrestre dove la gravità del satellite naturale prendeva il sopravvento. Quando la navicella arrivava in quel punto, viaggiava a soli 3500 km/h, evidenziando come l'attrazione gravitazionale terrestre le avesse sottratto ben il 91% della velocità iniziale. Dato che andava ad approssimarsi alla Luna però, la velocità dell'astronave iniziava nuovamente a crescere, proprio per l'effetto attrattivo della massa selenica importante. E' chiaro quindi, che per colpa di questo tiro alla fune gravitazionale, i tempi di trasferimento tra i due mondi fossero drammaticamente allungati, ma era una conseguenza dei viaggi spaziali e dell'imperativa meccanica orbitale, di cui occorreva tenerne debitamente conto in fase di pianificazione.
La Luna orbita a una distanza media di circa 384.400 chilometri, uno spazio talmente vasto da poter ospitare, uno accanto all'altro, tutti gli altri pianeti del sistema solare. La Luna è così lontana che persino una capsula spaziale, lanciata all'incredibile velocità di 10,8 km/s, impiega 3 giorni e 14 ore per giungere a destinazione (dati medi riferiti alla missione Apollo 17). Per dare le dovute proporzioni, se potessimo compiere lo stesso viaggio con un aereo supersonico come il Concorde (2179 km/h), ci vorrebbero 7 giorni e 8 ore, che diventerebbero quasi 18 giorni a bordo di un normale aereo di linea (920 km/h). Con un treno ad alta velocità (300 km/h) passeremmo quasi 2 mesi interi in carrozza, mentre in automobile (viaggiando a 130 km/h ininterrottamente 24 ore su 24) ci vorrebbero 4 mesi. I più temerari dovrebbero affrontare quasi due anni di pedalata ininterrotta in bicicletta, oppure 4 anni e 4 mesi di corsa sostenuta e incessante a piedi.
Con un diametro equatoriale di 3.476 chilometri (circa un quarto di quello terrestre) e una massa che è appena l'1,2% di quella del nostro pianeta, la Luna esercita una gravità superficiale pari a 1,62 m/s², ovvero circa un sesto di quella terrestre che è invece di 9,81 m/s². Raggiungere questo avamposto roccioso non è una semplice estensione del volo orbitale terrestre, ma una sfida balistica e ambientale che porta le macchine e gli organismi biologici ai limiti estremi della sopravvivenza. Il primo e più imponente ostacolo è il superamento del pozzo gravitazionale terrestre: per immettersi in una traiettoria di trasferimento lunare (TLI), una navicella deve vincere la gravità del pianeta accelerando fino alla velocità di circa 10,8 km/s (38.880 km/h). Questa fase richiede una precisione millimetrica; un errore di frazioni di grado nell'angolo di inserimento o una variazione minima nella spinta del propulsore, trasformerebbe la missione in una letale deriva perpetua nello spazio profondo o in un rientro distruttivo nell'atmosfera terrestre. La dinamica orbitale del satellite è governata da una rotazione sincrona: la Luna impiega esattamente lo stesso tempo per ruotare su se stessa e per compiere un'orbita completa attorno alla Terra di 360°, ovvero 27,3 giorni terrestri (mese sidereo). Per tornare nello stesso punto rispetto al Sole ed avere nuovamente la stessa fase, però, la Luna impiega 29,5 giorni (mese sinodico). Questa discrepanza è dovuta al fatto che mentre la Luna ruota attorno alla Terra, quest'ultima si muove attorno al Sole. Il mese sinodico, pertanto, è più lungo di circa 2 giorni rispetto al mese sidereo, proprio perché la Luna deve percorrere un tratto extra di circa 27° per riallinearsi nel contesto. Questo equilibrio perfetto fa sì che il nostro satellite naturale rivolga al nostro pianeta sempre la stessa faccia, lasciando il lato "lontano" avvolto nel mistero fino all'era delle prime esplorazioni spaziali. Tuttavia, a causa di un fenomeno astronomico chiamato librazione, non vediamo esattamente e solo il 50% della superficie, ma circa il 59%. Queste "oscillazioni" apparenti sono dovute a tre fattori: la librazione in longitudine, causata dall'orbita ellittica che fa variare la velocità orbitale mentre la rotazione rimane costante; la librazione in latitudine, dovuta all'inclinazione dell'asse lunare rispetto al piano orbitale; e la librazione diurna, legata alla rotazione della Terra che permette a un osservatore di guardare la Luna da angolazioni leggermente diverse tra il sorgere e il tramontare.
Il mese sidereo rappresenta il tempo effettivo che la Luna impiega per compiere un'intera rivoluzione attorno alla Terra prendendo come riferimento le stelle fisse, un ciclo che si esaurisce in circa 27,3 giorni. Osservando le linee A-B e A-C nell'immagine, si nota come il completamento di quest'orbita corrisponda a un nuovo allineamento tra la Terra, il nostro satellite e la stella presa in esame. Diverso è invece il mese sinodico, che dura approssimativamente 29,5 giorni e si basa sull'allineamento con il Sole, come evidenziato dai segmenti A-B e A-B. Questo periodo definisce il ciclo delle fasi lunari, ossia l'intervallo necessario affinché la Luna si mostri nuovamente identica a noi, ad esempio passando da una fase di novilunio all'altra o tornando a essere illuminata per metà come nel primo quarto. Si tratta di un intervallo temporale che possiamo tracciare facilmente anche con la semplice osservazione a occhio nudo, la quale ci consente di calcolare visivamente quando il satellite riprende il medesimo grado di illuminazione del mese precedente.
Guardando la Luna senza alcun strumento ottico, la prima e più netta divisione geografica che salta all'occhio è il netto contrasto in chiaroscuro tra due regioni distinte. Le zone più chiare e brillanti sono le "Terre" (o altopiani lunari), ovvero le regioni più antiche, geologicamente complesse e pesantemente butterate da miliardi di anni di impatti meteoritici, cometici e asteroidali. Le vaste macchie scure, che l'immaginazione umana ha per secoli interpretato come oceani, sono invece i "Mari". Si tratta di immense e piatte distese di basalto solidificato, nate quando titanici impatti di asteroidi spaccarono la crosta primordiale, permettendo al magma sotterraneo di risalire e allagare i bacini, cancellando per sempre i crateri preesistenti. A occhio nudo possiamo facilmente distinguere le sagome del Mare della Tranquillità, del Mare della Serenità e del Mare delle Piogge. Ma è applicando l'occhio all'oculare di un telescopio, che la Luna rivela la sua magnifica topografia accidentata. Il terminatore, ovvero la linea d'ombra che separa il giorno dalla notte (la metà illuminata da quella buia), diventa il focalizzatore ottico perfetto per far risaltare i rilievi. Attraverso le lenti emergono i dettagli dei mari minori e del vastissimo Oceano delle Tempeste, ma soprattutto si svela gli archi delle grandi catene montuose, come gli Appennini lunari, le Alpi e il Caucaso, i cui picchi, alti sino a 6.000 metri, proiettano ombre lunghe e affilate come aghi sulla pianura sottostante. Il suolo nel complesso appare crivellato da crateri maestosi: spicca il cratere Copernico con i suoi terrazzamenti interni a gradoni, l'oscuro cratere Platone dal fondo piatto e lavico, e soprattutto il cratere Tycho, un gigantesco ombelico nell'emisfero sud da cui si irradia una spettacolare raggiera di detriti chiari, che si estende per migliaia di chilometri, segno inequivocabile di un impatto cosmico relativamente "giovane". Questo mondo inerte, dove variano da millenni solo le luci e le ombre, è governato dal ciclo inesorabile delle fasi lunari. Nel corso di un mese sinodico, che dura circa 29,5 giorni terrestri, la Luna compie un'orbita completa attorno al nostro pianeta, variando continuamente la sua posizione relativa rispetto a noi e al Sole. Poiché la Luna non brilla di luce propria ma riflette esclusivamente quella solare, noi vediamo solo la porzione della sua superficie illuminata in quel preciso momento geometrico. Quando la Luna si trova tra la Terra e il Sole, la sua faccia illuminata è rivolta verso il centro del sistema solare e a noi mostra il suo lato in ombra, regalandoci la fase di Luna Nuova. Man mano che prosegue nella sua orbita, una falce di luce inizia a crescere (fase crescente) fino a raggiungere il Primo Quarto, per poi culminare nella magnifica Luna Piena quando la Terra si trova tra il Sole e il satellite, permettendoci di vedere l'intero disco sfolgorante di luce. Il ciclo si chiude poi simmetricamente con l'Ultimo Quarto e il ritorno all'oscurità della fase calante. A questo punto, sorge spontanea una domanda di meccanica celeste: se durante la Luna Piena la Terra è esattamente in mezzo tra il Sole e la Luna, perché la nostra ombra non oscura il satellite ogni singolo mese provocando un'eclissi? La risposta risiede in un dettaglio peculiare della geometria orbitale: l'inclinazione del piano lunare. L'orbita della Luna non è perfettamente allineata e complanare con l'orbita della Terra attorno al Sole (chiamata eclittica). Al contrario, il piano orbitale lunare è inclinato di circa 5 gradi rispetto all'eclittica. Questa apparente e lieve deviazione geometrica fa sì che, nella stragrande maggioranza dei mesi, durante la Luna Piena il nostro satellite passi "sopra" o "sotto" l'immenso cono d'ombra proiettato dalla Terra nello spazio, e allo stesso modo durante la Luna Nuova la sua ombra manchi il nostro pianeta. Affinché si verifichi la magia di un'eclissi, perfetta e allineata, la Luna deve trovarsi nella fase giusta esattamente nel momento in cui attraversa uno dei due "nodi", ovvero i due unici punti matematici in cui la sua orbita inclinata interseca perfettamente il piano dell'eclittica terrestre.
Tuttavia, questo intricato balletto celeste che coinvolge la Luna si svolge in un ambiente che è tutt'altro che vuoto o innocuo. Se decidessimo di solcare questo spazi, passando dalla pura osservazione astronomica al telescopio, al viaggio fisico verso la Luna, ci scontreremmo immediatamente con sfide ben più importanti dell'allineamento orbitale. Una volta lasciata l'orbita terrestre bassa, infatti, l'equipaggio di una navicella abbandona la solida protezione offerta della magnetosfera terrestre, lo scudo naturale che deflette il vento solare e le particelle cariche provenienti dal cosmo, permettendoci di vivere una vita normale sulla Terra. Oltre i 60.000 chilometri dal pianeta, gli astronauti entrano in una regione dominata dai raggi cosmici galattici e dal rischio costante di brillamenti solari (SPE - Solar Particle Events), emissioni improvvise di protoni ad alta energia che possono attraversare le paratie di alluminio delle navicelle, danneggiando il DNA cellulare e compromettendo irreparabilmente i sistemi elettronici di bordo. Il viaggio attraversa inoltre le Fasce di Van Allen, zone di intensa radiazione dove rimangono intrappolate particelle cariche catturate dal campo magnetico terrestre. Sebbene le missioni Apollo abbiano limitato l'assorbimento di radiazioni seguendo traiettorie specifiche, queste fasce restano una bolla invisibile che impone sempre l'uso di schermature calcolate, un monitoraggio costante dei dosimetri e velocità di transito elevate per ridurre al minimo i tempi di esposizione. Immergendosi in questo viaggio di circa 3 giorni e mezzo attraverso il vuoto cosmico, l'equipaggio resta esposto al flusso costante di radiazioni ionizzanti e al rischio di impatti con micrometeoroidi, che nello spazio profondo, viaggiano a decine di chilometri al secondo. Oltre a questi pericoli vi è l'insidia termica del vuoto. Nello spazio profondo non esiste aria per dissipare il calore, quindi una navicella è soggetta a un differenziale termico spaventoso tra il lato esposto al Sole e quello in ombra. Per evitare che la struttura dell'astronave si deformi o che i propellenti e le scorte vitali ghiaccino o ribollano, le navicelle devono eseguire il PTC o "Passive Thermal Control" (Controllo Termico Passivo), una rotazione lenta e continua su se stesse, nota anche come "barbecue roll". Questa procedura, semplice quanto elegante, è l'unica che può garantire una distribuzione uniforme del calore solare sulla fusoliera per mantenerne inalterata l'integrità.
Arrivati alla Luna poi, l'ingresso in orbita richiede altrettanti accorgimenti particolari e importanti, dato che il velivolo deve perdere con estrema precisione parte della sua velocità d'avvicinamento, facendosi catturare stabilmente dalla gravità selenica. Un errore in questa fase di propulsione retrograda, denominata LOI (Lunar Orbit Insertion), può portare la navicella a schiantarsi sulla superficie del satellite, o ancor peggio a lasciarlo definitivamente a favore dell'inserimento fatale in un'imprevedibile orbita senza ritorno verso il sistema solare. Anche orbitare la Luna è problematico. La sua conformazione geologica interna introduce il problema dei Mascon (Mass Concentrations), enormi concentrazioni di massa densa situate sotto i principali bacini lunari. Queste anomalie gravitazionali alterano localmente la forza di gravità, rendendo l'orbita lunare intrinsecamente instabile. Una sonda lasciata a se stessa, pertanto, verrebbe "tirata verso il basso" dai Mascon, fino a schiantarsi sulla superficie in tempi relativamente brevi, rendendo necessarie continue correzioni orbitali costanti per mantenere inalterata la navigazione.
Scendere sulla superficie poi, è altrettanto problematico. La Luna, infatti, non ha atmosfera e non si può contare sull'aerodinamica (aerofreni o paracadute) per rallentare e controllare la discesa sino a posarsi dolcemente al suolo. Per farlo occorre utilizzare l'assist inerziale fornito da un propulsore a razzo, che sottraendo velocità al velivolo spaziale, gli permetta di uscire dall'orbita e discendere in modo controllato verso la superficie. Il propulsore suddetto, inoltre, deve avere la possibilità di regolare la potenza del getto, al fine di frenare con la giusta dose, regolare con precisione la traiettoria e la manovrabilità, nonché nelle fasi finali di permettere alla navicella di librarsi in volo come un elicottero. Quest'ultimo accorgimento consentirà ai piloti di scegliere la zona più idonea all'allunaggio, evitando le insidie superficiali. Queste sono principalmente rappresentate da: crateri, montagne, scarpate, massi e canyon. La superficie stessa, inoltre, è un mondo di estremi termici e desolazione geologica, dove la mancanza di un'atmosfera significativa (prossima ai valori del letale vuoto cosmico) impedisce qualsiasi termoregolazione. Nelle zone esposte al Sole la temperatura del suolo può salire fino a +120°C, mentre nelle regioni in ombra o durante la lunga notte lunare che dura circa 14 giorni terrestri, il termometro precipita vertiginosamente fino a -180°C. Per questo motivo, l'allunaggio può avvenire solo nelle
zone prossime al terminatore lunare (la linea che divide la notte dal giorno), dove in quel momento è mattina presto e il suolo, uscito dalla gelida notte lunare, inizia molto lentamente a scaldarsi. In quei luoghi e in quei tempi, la temperatura locale è di circa +15°C e nei tre giorni successivi di esplorazione, salirà sino a +50°C. A quel punto sarà imperativo andarsene in fretta. E' stata questa prevedibilità tipica della meteorologia lunare a consentire sei sbarchi umani sulla sua superficie! Scegli un luogo interessante dal punto di vista scientifico e coordini i tempi di missione di conseguenza, al fine di sbarcare al momento propizio, in cui il Sole sta sorgendo localmente. A quel punto lo sbarco umano è possibile! La temperatura vicino al terminatore è mite abbastanza per permettere al Modulo Lunare di proteggere adeguatamente l'equipaggio per tutti i giorni di permanenza, nonché ai suoi sistemi di funzionare nei limiti di tolleranza entro i quali sono stati progettati. Atterrare al terminatore, inoltre, permette di avere sempre il Sole basso sull'orizzonte locale, con ombre lunghe e ben contrastate. Questa peculiarità rende ben visibili e valutabili gli ostacoli naturali superficiali, come: montagne, crateri e massi, permettendo ai piloti di valutare le migliori traiettorie per evitarli con cura. Una volta toccato il suolo poi, occorrerà fare i conti con un'altra grande insidia, più sottile ma altrettanto pericolosa. Questa non è la mancanza di ossigeno, ma il regolite lunare. Questa polvere finissima, prodotta da miliardi di anni di bombardamento meteoritico, non è paragonabile alla sabbia terrestre levigata dall'acqua o dal vento; i granelli lunari sono frammenti di roccia e vetro vulcanico dai bordi estremamente taglienti e irregolari. A causa dell'interazione con il vento solare, questa polvere è carica elettrostaticamente, il che la rende incredibilmente adesiva. Essa si insinua nelle guarnizioni delle tute spaziali, blocca i giunti meccanici e aderisce visceralmente alle superfici, nonché alle visiere e agli strumenti. Gli astronauti delle missioni Apollo riferirono che il regolite era anche estremamente abrasivo, al punto da consumare in poco tempo tutto quello con cui poteva in qualche modo entrare in frizione, come ad esempio, il manico in gomma di un martello da geologo. Gli stessi astronauti hanno riferito che la polvere lunare aveva persino un odore caratteristico, simile alla polvere da sparo bruciata e la sua inalazione accidentale all'interno della navicella provocava spesso irritazioni simili alla febbre da fieno, una sorta di "silicosi lunare" che rappresenta tuttora una delle sfide principali per la colonizzazione umana futura.
Oltre alla polvere, la superficie lunare nasconde trappole visive e strutturali. La mancanza di atmosfera distorce la percezione delle distanze e delle dimensioni: senza foschia o punti di riferimento noti come alberi o edifici, un cratere situato a chilometri di distanza può sembrare a portata di mano, inducendo i piloti o gli esploratori in importanti errori di valutazione.
Panorama della Palus Putredinis circondata dagli Appennini Lunari, zona prescelta per lo sbarco della missione Apollo 15. Notare come i particolari lontani risultino perfettamente a fuoco come quelli vicini, confondendo non poco l'osservatore sulla valutazione delle distanza. Foto cortesia NASA.
Il terreno poi, è solcato da creste tettoniche e da una vasta rete di tubi di lava sotterranei, antichi condotti svuotati dal magma primordiale. (*) Alcuni di questi cunicoli sono così ciclopici da poter ospitare intere città terrestri e rappresentano, nell'ottica della futura colonizzazione umana, il rifugio perfetto: un habitat naturale già pronto per schermare gli astronauti dalle letali radiazioni cosmiche, dal bombardamento dei micrometeoroidi e dalle brutali escursioni termiche di superficie. Tuttavia, la loro presenza trasforma il suolo sovrastante in una possibile insidia imprevedibile. Le sonde orbitali moderne, come il Lunar Reconnaissance Orbiter, hanno fotografato spettacolari "doline" o skylight lunari: voragini oscure a strapiombo, larghe e profonde decine o centinaia di metri, generate proprio dal collasso della volta rocciosa di questi antichi fiumi magmatici sotterranei. Avventurarsi con un rover o far atterrare un modulo in prossimità di queste fessure significa sfidare il rischio di cedimenti improvvisi della crosta. A minare ulteriormente la stabilità del terreno contribuiscono i moonquakes (terremoti lunari): i sismografi lasciati dalle missioni Apollo hanno rivelato che il satellite è tutt'altro che inerte. I sismi superficiali, innescati dal progressivo raffreddamento e restringimento globale del corpo celeste o dalle violente dilatazioni termiche all'alba e al tramonto, possono durare ore, raggiungendo magnitudo sufficienti a causare frane sui pendii di montagne e crateri o il crollo delle volte laviche più fragili. Esempi tipici sono le rocce in scivolamento dalle montagne rilevate dagli astronauti di Apollo 17 nella valle di Taurus Littrow e la formazione stessa della Rima Hadley (enorme crollo di un tunnel lavico) visitata dagli astronauti dell'Apollo 15.
Atterrato ai piedi degli Appennini lunari, il Modulo Lunare Falcon dell'Apollo 15 si posò in modo precario incastrando una zampa posteriore all'interno di un piccolo cratere invisibile in fase di discesa. Questa spietata trappola topografica causò un'inclinazione da brivido di circa undici gradi, sfiorando i limiti di sicurezza per la delicata manovra di decollo. L'immagine immortala la navicella pericolosamente sbilanciata, muta testimonianza del rischio estremo e del sangue freddo necessari per dominare l'imprevedibile suolo alieno. Foto cortesia NASA. Anche la luce stessa è un'insidia; le ombre sulla Luna sono talmente nette e scure che una zona non illuminata direttamente dal Sole diventa un pozzo di oscurità totale dove è impossibile distinguere la profondità del terreno, rendendo ogni passo un atto di calcolata audacia. Inoltre, un sasso troppo grande o una pendenza eccessiva mal valutata durante il touchdown della navicella o il passaggio del rover lunare, potrebbero comportare un disastroso ribaltamento, trasformando una trionfale missione esplorativa, in una prigione d'acciaio senza possibilità di ritorno. Ai tempi di Apollo, ad esempio, un parcheggio troppo inclinato dell'astronave al momento del contatto con la superficie lunare, poteva rilevarsi ben presto una tragica fatalità. La questione dell'angolo di allunaggio del Modulo Lunare non era un banale capriccio estetico, ma il confine assoluto tra il successo della missione e una condanna a morte sulla superficie selenica. Il motivo principale per cui il Centro di Controllo Missione di Houston e gli astronauti sudavano freddo al pensiero di posarsi storti, risiedeva nella spietata meccanica della fase di decollo, ovvero il momento cruciale in cui il Modulo di Ascesa del LM, doveva staccarsi da quello di Discesa per riportare l'equipaggio in orbita lunare. A differenza del potente motore di discesa DPS (Descent Propulsion System), che era montato su sospensioni cardaniche e poteva orientare dinamicamente il suo getto per bilanciare la navicella e correggere la traiettoria, il motore dello stadio di ascesa APS (Ascent Propulsion System) era purtroppo fisso, al fine di contenere il peso al decollo e per il poco spazio disponibile nel modulo. Era pertanto letteralmente imbullonato in posizione verticale all'interno della fusoliera e non possedeva alcuna capacità di brandeggio. Per governare la navicella, ruotarla e correggere la traiettoria durante la spinta della risalita, il computer di bordo doveva affidarsi esclusivamente alle brevi raffiche dei sedici piccoli propulsori direzionali periferici (RCS) disposti a croce attorno all'abitacolo. Se il LM si fosse posato con un'inclinazione superiore al limite di sicurezza operativo (calcolato in modo estremamente conservativo dagli ingegneri della Grumman intorno ai 12-15 gradi), si sarebbe innescata una reazione a catena letale al momento della partenza. All'accensione del motore di ascesa, la spinta principale, essendo rigidamente allineata al veicolo storto, non avrebbe spinto l'abitacolo dritto verso il cielo, ma in diagonale, puntandolo pericolosamente verso l'orizzonte lunare. In quelle frazioni di secondo critiche e a pochi metri dal suolo, la navicella non avrebbe avuto né l'altitudine sufficiente né il tempo materiale per
Particolare delle ombre lunari che interessano i crateri lunari e ne nascondono i dettagli e i potenziali pericoli interni. Foto cortesia NASA. permettere ai piccoli propulsori RCS di contrastare la spinta asimmetrica, correggere l'assetto e raddrizzare il muso verso l'alto. Il risultato sarebbe stato catastrofico: il Modulo di Ascesa avrebbe "strisciato disastrosamente" contro il Modulo di Discesa (quello dorato con le quattro zampe d'appoggio che rimaneva sulla Luna per fare da rampa di lancio allo stadio superiore con gli astronauti), perdendo energia, oppure, nel peggiore dei casi, assumendo un imprevedibile assetto inusuale che lo avrebbe fatto schiantare rovinosamente al suolo a pochi metri dal punto di allunaggio. C'era poi un secondo e non meno terrificante problema strutturale legato al baricentro (centro di gravità) e alla stabilità statica. Il Modulo Lunare era un veicolo dal baricentro intrinsecamente alto, una caratteristica accentuata dalla massa dell'abitacolo superiore gremito di strumenti, dispositivi, equipaggio, campioni di rocce e dalle pesanti antenne poste sulla sua sommità. Atterrare su
Le ombre lunari e i loro forti contrasti, rendono difficoltosa la visione in alcune aree lunari. Foto cortesia NASA.una pendenza eccessiva, o posare malauguratamente una singola zampa all'interno di un cratere profondo mentre le altre tre restavano sul piano, avrebbe fatto slittare la linea di spinta del baricentro pericolosamente vicino al bordo del "poligono di appoggio" formato dai quattro larghi piatti dorati. Oltre un certo limite geometrico (che in condizioni ideali e statiche si aggirava intorno ai 42 gradi, ma che dinamicamente era enormemente inferiore a causa della velocità laterale residua al momento del contatto e della compressione asimmetrica degli ammortizzatori a nido d'ape inseriti nelle zampe), l'intera struttura avrebbe superato il punto di non ritorno. Il veicolo si sarebbe inesorabilmente ribaltato su un fianco, trasformandosi all'istante in una scintillante bara di alluminio da cui il motore fisso di ascesa non avrebbe mai potuto estrarli. Un'inclinazione estrema avrebbe inoltre compromesso subdolamente i sistemi di sopravvivenza, la telemetria e la termodinamica. L'antenna parabolica ad alto guadagno per la banda S necessitava di una linea di vista geometricamente pulita e ininterrotta verso la Terra; se il modulo si fosse inclinato troppo all'indietro o di lato, il corpo stesso dell'astronave o una formazione geologica molto alta, adiacente la zona di allunaggio, avrebbero potuto rendere inerme il dispositivo di puntamento automatico, oscurando il raggio, tranciando di netto il cordone ombelicale dei dati e delle comunicazioni vocali con la Terra. Anche il vitale controllo termico passivo ne avrebbe sofferto profondamente: la navicella era stata progettata per dissipare o riflettere il calore solare ipotizzando un assetto prevalentemente orizzontale. Una marcata inclinazione avrebbe potuto rendere superflua la protezione offerta dagli scudi posti esteriormente, esponendo le attrezzature, i serbatoi degli importanti consumabili e le delicate strumentazioni di supporto, a sbalzi termici di notevole criticità. Infine, occorre parlare dell'aspetto psicologico ed ergonomico che un'inclinazione eccessiva del LM poteva comportare sull'equipaggio. La cabina pressurizzata al suo interno, infatti, era sprovvista di sedili. Vivere per tre giorni interi, compiere operazioni delicatissime, indossare le tute spaziali pressurizzate e persino tentare di dormire in amache incrociate all'interno di un cubicolo dal pavimento spiovente e inclinato (come toccò sperimentare eroicamente a David Scott e Jim Irwin sull'Apollo 15) costituiva un vero e proprio inferno logistico. Questo sforzo continuo contro la gravità, per quanto ridotta a un sesto, prosciugava le energie fisiche e mentali degli esploratori molto più in fretta del previsto.
I primi incerti passi dell'uomo sulla Luna. Buzz Aldrin di Apollo 11, chiuso nella rigida tuta spaziale A7L fatica a tenere il baricentro bilanciato a causa del peso dello zaino posteriore PLSS. Foto cortesia NASA.
Ancora Buzz Aldrin mentre si destreggia a passeggiare incerto tra la regolite lunare, bilanciandosi con il peso degli esperimenti ALSEP. Foto cortesia NASA.Se l'allunaggio e il parcheggio finale del LM, rappresentavano il vertice della tensione aerospaziale della missione, l'apertura del portello e l'uscita sulla superficie lunare (la cosiddetta passeggiata spaziale o Attività Extra Veicolare) inauguravano un inferno biomeccanico ed ergonomico che le telecamere televisive non sono mai riuscite a trasmettere appieno. La titanica fatica fisica necessaria per operare all'interno di una tuta spaziale è spesso sottovalutata e richiedeva una salute fisica praticamente perfetta. La tuta spaziale, infatti, non era un semplice abito protettivo, ma una minuscola e complessa navicella spaziale antropomorfa. Essendo pressurizzata con ossigeno puro per mantenere in vita l'astronauta nel vuoto cosmico, la tuta si gonfiava diventando rigida come lo pneumatico di un camion. Piegare un braccio, flettere le ginocchia o persino stringere le dita guantate attorno al manico di un martello geologico non era un movimento naturale, ma costringeva l'esploratore a combattere fisicamente, muscolo contro muscolo, contro la pressione interna del tessuto per ore ininterrotte. Questa lotta continua contro la propria armatura vitale causava un affaticamento estremo, scorticava le nocche delle mani e faceva schizzare il battito cardiaco, costringendo il delicato sistema di raffreddamento ad acqua dello zaino vitale (PLSS) agli straordinari per evitare colpi di calore fatali. La fatica estrema per vincere le repulsioni della tuta spaziale, è stata spesso raccontata dai 12 uomini che hanno avuto la fortuna di camminare sulla Luna. In particolare descrivevano la sensazione che si provava a fine giornata, dopo aver lavorato per ore con le mani rese goffe dai guanti pressurizzati. Il dolore che si irradiava agli avanbracci era paragonabile a quello che si proverebbe stringendo follemente per tutta la giornata fino a comprimerla completamente, una pallina da tennis con una mano ... A questo sfinimento muscolare si aggiungeva un paradosso cinematico ancora più spietato: il disallineamento tra peso e massa. A un sesto di gravità, un astronauta con addosso la sua massiccia attrezzatura pesava sulla bilancia lunare l'equivalente di una trentina di chili terrestri, regalandogli un'apparente e ingannevole agilità. Tuttavia, la sua massa fisica e la sua inerzia rimanevano esattamente quelle di un blocco terrestre di quasi centosessanta chili. Iniziare a muoversi richiedeva uno sforzo notevole per vincere questa inerzia, ma fermarsi o cambiare direzione all'improvviso era infinitamente più pericoloso: i piedi perdevano facilmente aderenza sulla regolite scivolosa e la massa del corpo, non essendo frenata dall'attrito al suolo e dall'ingombrante manto atmosferico della Terra, continuava inesorabilmente la sua traiettoria in avanti, come un vagone merci sganciato sui binari. Il famoso "bunny hop" o il galoppo laterale adottato dagli astronauti non era un vezzo estetico, ma l'adattamento biomeccanico più efficiente calcolato istintivamente dalla mente umana per conservare l'energia e gestire il trasferimento di una massa terrestre in un ambiente a bassa gravità. In questo scenario ingannevole, una banale caduta (che sulla Terra si risolverebbe in un ginocchio sbucciato) sulla Luna rischiava di trasformarsi tutte le volte in una situazione potenzialmente letale. Cadere in avanti significava rischiare di graffiare o incrinare irreparabilmente la visiera dorata contro rocce affilate come rasoi di vetro; cadere all'indietro rischiava di danneggiare lo zaino PLSS, tranciando i collegamenti vitali per l'ossigeno, il raffreddamento o le comunicazioni radio. Rialzarsi da una caduta all'indietro, chiusi in uno scafandro rigido e gonfiato, somigliava in certi casi agli sforzi di una tartaruga ribaltata e richiedeva un dispendio di energie tale da obbligare il Controllo Missione a monitorare costantemente la telemetria medica, pronti a ordinare il rientro immediato nel LM al minimo segno di esaurimento. Rialzarsi da una caduta in avanti, invece, era molto più semplice, ma
Il comandante di Apollo 17 Gene Cernan, posa davanti al Rover al termine della storica missione. E' evidente la tuta fortemente contaminata dalla polvere lunare. Foto cortesia NASA.
Harrison Schmitt LMP di Apollo 17, è stato l'unico geologo ad aver camminato sulla Luna. In questa foto è ritratto raccogliere campioni della superficie lunare. Anche la sua tuta spaziale appare fortemente contaminata dalla grigia regolite lunare. Foto cortesia NASA.comportava l'inevitabile imbrattamento della tuta con la temibile regolite lunare. Questa peculiare situazione era attentamente monitorata per due principali fattori. Il primo è che la polvere lunare è sostanzialmente grigia. Sporcare di quel colore una tuta bianca comporta per la stessa l'impossibilità di riflettere efficacemente il calore solare incidente. Ne consegue che l'astronauta percependone il surriscaldamento, regola il PLSS al fine di aumentare la propria capacità dissipativa. Quest'azione comporta inevitabilmente a sua volta, un maggior consumo delle risorse dello zaino vitale, accorciando inevitabilmente i tempi di esplorazione. Secondo, la polvere lunare che imbratta una tuta, difficilmente si stacca e anche se gli astronauti passavano un po' di tempo a spazzolarsi prima di rientrare nel LM, quest'azione non precludeva mai di portarne comunque tanta a bordo, con tutti i problemi per la salute umana già descritti in precedenza. Lavorare sulla superficie lunare, inoltre, comportava sempre il potenziale rischio di rompere accidentalmente la tuta spaziale. Anche se queste erano e sono ancora oggi costruite a più strati, la probabilità che si potesse verificare un simile evento non era mai nulla. Cadere su un masso o una roccia tagliente, ancor peggio dal rover in movimento o su strumentazione spigolosa utilizzata per facilitare il lavoro, era sempre un rischio di cui occorreva tenerne debitamente contro. Anche se la probabilità giocava a favore degli astronauti rendendolo quasi trascurabile, sulla Luna, prima totalmente di atmosfera, esiste una remota possibilità di essere colpiti direttamente da un micrometeorite o da un meteoroide. I pianeti del sistema solare, infatti, vengono bersagliati ogni giorno da tonnellate di pulviscolo che viaggia nello spazio, residuo diretto della formazione planetaria stessa avvenuta milioni di anni orsono. Questo materiale viaggia nello spazio a velocità elevatissime, dell'ordine di decine di chilometri al secondo. Sulla Terra non rappresentano mai un problema perché, penetrando l'atmosfera, bruciano istantaneamente creando di notte lo spettacolare fenomeno delle stelle cadenti sporadiche. Sulla Luna, invece, questo materiale raggiunge il suolo indisturbato colpendolo con notevole energia. La tuta spaziale utilizzata nel corso del programma Apollo, così come la copertura dorata e scura utilizzata sul LM (MLI - Multi Layer Insulator e scudo di Whipple) erano in grado di neutralizzare i corpi più piccoli impattanti (i più frequenti e i più numerosi), ma nulla potevano con frammenti superiori a cinque millimetri. In quel caso, l'impatto sarebbe stato devastante per l'astronauta e avrebbe potuto sgonfiare la tuta in un tragico istante e nel peggiore dei casi, uccidere l'astronauta come un potente proiettile da cecchino se l'avesse colpito a qualche zona vitale. Per far fronte in parte a questi problemi, le tute del programma Apollo erano dotate anche di un aeratore di emergenza ad alta pressione denominato OPS (Oxygen Purge System), che quando attivato, poteva mantenere la pressione della tuta anche in caso di uno squarcio di 1/4 di pollice di diametro, ovvero circa 6,35 millimetri, concedendo all'astronauta una sopravvivenza media di circa 30 minuti, per raggiungere il LM, pressurizzarlo e mettersi in salvo.
La Luna, dunque, non è solo un corpo celeste da esplorare, ma un laboratorio di sopravvivenza estrema che non perdona la minima sottovalutazione della fisica, restando un obiettivo dove ogni chilometro guadagnato è una vittoria contro forze naturali invisibili e spietate. Eppure, al netto di tutte le titaniche sfide ingegneristiche e ambientali che l'umanità ha dovuto mappare e superare per sopravvivere lassù, la Luna conserva ancora dei veri, profondi e affascinanti enigmi scientifici che attendono ancora di essere indagati. L'epopea del programma Apollo, pur avendo tracciato un solco indelebile nella storia dell'umanità, non ha affatto esaurito la nostra sete di conoscenza, ma ha semplicemente scoperchiato il vaso di Pandora dei misteri cosmici. La Luna non è un freddo museo di roccia morta da spuntare su una lista di conquiste o un palcoscenico vuoto, bensì un archivio planetario incontaminato, una stele di Rosetta sospesa nel vuoto che attende ancora di svelare i suoi segreti più profondi. Tra le domande più urgenti che le future missioni internazionali dovranno affrontare, vi è l'enigma cruciale dell'acqua. Se un tempo, analizzando i primi campioni di roccia equatoriale, si credeva che il satellite fosse un deserto inaridito e completamente anidro, oggi le moderne sonde orbitali ci hanno rivelato che è così solo per le regioni più estese della Luna, mentre in altre come ad esempio ai poli selenici, la presenza di ghiaccio d'acqua annidato nei crateri perennemente in ombra è una matematica certezza. Tuttavia, la sua esatta origine (se depositata da antiche comete precipitati in ere remote o generata dalla lenta e incessante interazione chimica tra l'ossigeno della regolite e l'idrogeno del vento solare), la sua reale abbondanza e la sua sfruttabilità per sostenere future colonie umane rimangono un rompicapo geochimico di prima grandezza, una sfida che determinerà il destino della nostra espansione nel cosmo. Ma la prospettiva scientifica forse più vertiginosa e affascinante nascosta lassù riguarda proprio noi, e le nostre origini. Priva di un'atmosfera corrosiva e sprovvista di una tettonica a placche in grado di fondere, riciclare e distruggere continuamente la crosta, la superficie lunare ha conservato intatto ogni singolo detrito che l'ha colpita negli ultimi quattro miliardi di anni. Questo la trasforma in una scatola del tempo, in cui di certo è contenuto il nostro ultimo, insperato rifugio per ritrovare frammenti perduti del nostro stesso pianeta. Gli astrobiologi e i geologi teorizzano infatti che, durante l'eone Adeano, il caotico e violento bombardamento primordiale di asteroidi sulla Terra abbia scagliato nello spazio tonnellate di rocce terrestri, alcune delle quali sono inesorabilmente precipitate sulla vicina Luna. Scavando in profondità nella regolite lunare, potremmo un giorno rinvenire meteoriti terrestri ancestrali contenenti i primissimi microfossili, o i delicatissimi precursori chimici, dell'evoluzione della vita sulla Terra. Si tratterebbe di testimonianze biologiche primordiali cancellate per sempre dal nostro pianeta natale a causa dell'erosione, del vulcanismo e del tempo, ma perfettamente preservate sotto una teca di polvere nel gelo del vuoto conservativo cislunare.
A questi abissi di indagine si aggiungono misurazioni ancora aperte e dibattute: l'esatta conformazione del nucleo interno della Luna, la mappatura e l'origine delle sue magnetiche anomalie locali a spirale (i cosiddetti lunar swirls), e lo studio dei gas nobili intrappolati nel suolo, che agiscono come una scatola nera per ricostruire l'antica memoria dell'attività solare e della Via Lattea. Di fronte a questa vastità di interrogativi autentici, complessi e maestosi, di cui l'umanità per un attimo soltanto della storia evolutiva ha cercato risposte, comprendiamo che la vera avventura spaziale è un libro infinito le cui pagine più preziose, scritte con la polvere lunare che permea la superficie, il ghiaccio nascosto, la roccia vulcanica e il coraggio umano, devono ancora essere lette e decifrate. Saranno le sfide del nuovo millennio appena iniziato!





















