La fantomatica storia della missione super segreta Apollo 20 ...
Se la tesi degli alieni che osservano in silenzio l'Apollo 11 sfiora il ridicolo, sappiate che esiste una frangia del complottismo ufologico che ha deciso di spingersi ben oltre la stratosfera della logica, atterrando nel regno puro e incontaminato della fanta-archeologia. Parliamo della famigerata e grottesca leggenda dell'Apollo 20. Secondo questa elaborata teoria del complotto, nata e prosperata nell'era di internet grazie a video virali abilmente contraffatti, la NASA non avrebbe affatto cancellato le ultime tre missioni del programma per banali tagli al budget. Al contrario, avrebbe segretamente allestito e lanciato l'Apollo 20 nel 1976, in una fantomatica collaborazione segreta con l'Unione Sovietica, con un obiettivo degno di un romanzo di Arthur C. Clarke: raggiungere il polo sud lunare (o, secondo altre varianti, la faccia nascosta del satellite) per esplorare il relitto di una colossale astronave aliena a forma di sigaro, presumibilmente fotografata anni prima dall'Apollo 15. Questa narrazione, per quanto affascinante se proposta come sceneggiatura per Hollywood, collassa istantaneamente non appena le si applicano le più elementari leggi della fisica, dell'astronomica visibilità e dell'ergonomia spaziale. Il primo, insormontabile scoglio logico di questa teoria riguarda la natura stessa del veicolo di lancio. Un razzo Saturn V non è un caccia militare che può decollare furtivamente nel cuore della notte da una pista isolata. È un leviatano alto 110 metri e pesante tremila tonnellate, che al momento dell'accensione dei suoi cinque motori F-1 genera una spinta di oltre 34 milioni di Newton. Il decollo di un Saturn V produce un'onda d'urto a bassa frequenza registrata di sismografi posti a centinaia di chilometri di distanza, un boato assordante che fa tremare i vetri delle case in tre contee e una palla di fuoco visibile a occhio nudo da gran parte del Mar dei Caraibi nordorientale. Nascondere il lancio di una simile apocalisse controllata agli occhi dei cittadini americani, dei satelliti spia sovietici e di migliaia di astronomi professionisti e dilettanti sparsi per il globo è fisicamente, politicamente e storicamente impossibile. Inoltre, la cruda e noiosa realtà contabile ci ricorda che i tre giganteschi razzi Saturn V originariamente destinati alle missioni Apollo 18, 19 e 20 non sono mai spariti in qualche hangar segreto per missioni occulte: uno è stato modificato per lanciare la stazione spaziale Skylab nel 1973 e gli stadi dei rimanenti sono letteralmente esposti al pubblico, visitabili e toccabili con mano dai turisti presso il Kennedy Space Center in Florida, il Johnson Space Center in Texas e l'U.S. Space & Rocket Center in Alabama. Non si può lanciare segretamente nello spazio un razzo che è attualmente parcheggiato in un museo!
A questo proposito, per tentare di aggirare l'ingombrante problema di un decollo visibile a mezza nazione e limitrofi, alcune frange complottiste sono arrivate a ipotizzare, litigando persino tra loro per stabilire da quale calotta glaciale, che la NASA abbia trasportato e lanciato il gigantesco Saturn V in gran segreto dal Polo Nord o dal Polo Sud. Questa fantasiosa scappatoia geografica si infrange contro le leggi più basilari della meccanica orbitale. Lanciare un razzo verso la Luna dai poli terrestri è un suicidio balistico. La Terra ruota su se stessa e lanciare un veicolo da una base vicina all'equatore, come il Kennedy Space Center in Florida, permette di sfruttare la velocità di rotazione del pianeta come una fionda naturale, regalando al razzo una spinta "gratuita" verso est di oltre 1.400 km/h. Ai poli, questa velocità rotazionale è pari a zero, il che costringerebbe il razzo a consumare una quantità di carburante immensamente superiore solo per raggiungere l'orbita. Ma il vero ostacolo, quello fisicamente insormontabile, riguarda l'inclinazione orbitale. La Luna orbita in un piano molto vicino all'equatore terrestre, inclinato rispetto quest'ultimo di circa 5°. Un lancio dai poli immetterebbe il veicolo in un'orbita polare, ovvero perpendicolare all'equatore. Per correggere la rotta e allinearsi al piano orbitale della Luna, l'astronave dovrebbe eseguire una manovra di "cambio di piano" (plane change) di quasi 90 gradi nello spazio. In termini di astrodinamica, un simile cambio di traiettoria richiede una quantità di Delta-v (variazione di velocità proporzionale al consumo effettivo di propellente) talmente spaventosa e spropositata che non basterebbero i serbatoi di tre Saturn V fusi insieme per compierla. Il Kennedy Space Center fu scelto proprio perché la sua latitudine geografica in Florida garantiva il compromesso matematico ottimale tra la spinta rotazionale della Terra e l'allineamento balistico necessario per intercettare il nostro satellite.
La fantomatica astronave lunare precipitata millenni orsono sulla superficie lunare e sito di allunaggio della missione super segreta Apollo 20. Fake picture by Mr.Thierry Speth
L'alieno "Mona Lisa" recuperato dalla fantomatica missione Apollo 20. Fake dummy by Mr.Thierry Speth
Ma il vertice assoluto della comicità involontaria, il dettaglio che trasforma questa teoria da semplice bufala a capolavoro dell'assurdo, risiede nella presunta "autopsia aliena" che gli astronauti stessi avrebbero condotto sul posto. I video complottisti mostrano il presunto equipaggio dell'Apollo 20 intento a ispezionare ed esaminare il corpo di una creatura aliena femmina (ribattezzata folcloristicamente "Mona Lisa"), recuperata dai rottami dell'astronave millenaria e portata all'interno del Modulo Lunare! Per comprendere l'impossibilità fisica di una simile operazione, basta analizzare le planimetrie del LM. Il Modulo di Ascesa del LM, ovvero l'unica parte pressurizzata e abitabile in cui vivevano gli astronauti, era un abitacolo spaventosamente ridotto. Il volume pressurizzato totale era di soli 6,7 m³, ma togliendo lo spazio occupato dalla grossa copertura del motore di ascesa posizionata esattamente al centro del pavimento, dai pannelli di controllo e dai sistemi di supporto vitale, lo spazio vitale effettivo per l'equipaggio era paragonabile a quello di una cabina telefonica allargata o di un medio ripostiglio per le scope. Quando due uomini adulti, indossando le ingombranti tute spaziali pressurizzate A7L ricoperte di polvere abrasiva lunare, si trovavano all'interno di questo cubicolo, non c'era letteralmente lo spazio fisico per voltarsi senza urtarsi a vicenda. Per dormire, gli astronauti dovevano incrociare due amache l'una sopra l'altra a pochi centimetri dai propri nasi. L'idea che in un ambiente così claustrofobico, soggetto in quel caso a solo 1/6 di gravità, progettato con pesi calcolati al grammo e senza alcun tavolo di appoggio, due piloti abbiano potuto trascinare un cadavere extraterrestre a grandezza naturale, estrarre strumenti medico-chirurgici e condurre una complessa ispezione anatomica, è dal punto di vista ingegneristico e medico semplicemente esilarante. A questa impossibilità spaziale si unisce un'ovvia (evidentemente però non a tutti) e catastrofica considerazione sanitaria: sezionare un'entità biologica extraterrestre sconosciuta all'interno di un abitacolo vitale sigillato, privo della minima attrezzatura per il contenimento di biosicurezza e isolamento, avrebbe esposto gli astronauti a un rischio di contaminazione da agenti patogeni alieni assolutamente letale e incontrollabile. Inoltre, nell'angusto modulo lunare, non ci sarebbe stato nemmeno lo spazio per adagiare il corpo senza attivare, escludere o rompere i circuiti vitali della navicella, per non parlare dell'impossibilità logistica di stipare una simile massa biologica extra in una navicella di ascesa, il cui propellente era stato calcolato al decilitro per riportare in orbita esclusivamente il peso di due esseri umani e qualche decina di chili di rocce.
La verità dietro l'Apollo 20 è oggi di dominio pubblico ed è stata ampiamente documentata: si tratta di una colossale truffa artistica creata nel 2007 da uno scultore e videomaker francese, tale Thierry Speth. Utilizzando il falso nome di William Rutledge, Speth ha mescolato veri filmati d'archivio della NASA con sculture in pasta da modellare, finti abitacoli ricostruiti in cantina e un po' di rudimentale computer grafica, dando vita a un "mockumentary" (falso documentario) che è poi sfuggito al suo controllo, diventando un dogma per i complottisti più sprovveduti. Credere oggi all'Apollo 20 significa ignorare non solo l'impossibilità di nascondere il fragore di un Saturn V o le rigidissime regole della meccanica orbitale, ma soprattutto rifiutarsi di calcolare il volume di una cabina spaziale, preferendo un mediocre film di fantascienza amatoriale alla magnifica, documentata e titanica realtà ingegneristica dell'esplorazione umana della Luna.





