La storia dell'orizzonte anomalo . . .
Un fatto tanto discusso e acclamato dai teorici del complotto, spesso cavalcato in trasmissioni televisive a caccia di sensazionalismi, è la presunta anomalia dell'orizzonte lunare nelle fotografie delle missioni Apollo. Secondo la loro prospettiva, la linea che separa il suolo dal nero dello spazio si troverebbe in modo sospetto troppo vicino alla scena fotografata, quasi a tradire la presenza di un fondale dipinto in una ristretta sala di posa hollywoodiana. Inoltre, i complottisti puntano il dito contro la frequente sfocatura di questo orizzonte, considerandola la prova inconfutabile di un set cinematografico di dimensioni ridotte in cui lo sfondo, essendo a pochi metri di distanza, cade inevitabilmente fuori dal piano focale dell'obiettivo. Sostengono inoltre che, sarebbe stato impossibile per i simulatori della NASA ricostruire un orizzonte credibile e che questi "errori" visivi siano in toto la firma della truffa ...
La pianura desertica del Mare della Tranquillità, zona storica di allunaggio della missione Apollo 11, nel luglio del 1969. Fu definita dall'astronauta Buzz Aldrin "a magnificent desolation", "una magnifica desolazione". La foto mostra in modo esaustivo tutta l'alienità dell'orizzonte lunare: ricurvo, molto vicino e che sfoca rapidamente guardando in distanza. Foto cortesia NASA.
Chi sostiene questa teoria dimostra ancora una volta di farsi ingannare dai propri sensi terrestri e di non conoscere per nulla le leggi della fisica, della geometria e dell'ottica che regolano l'aspetto di un panorama alieno. Per smontare il mito dell'orizzonte ravvicinato, basta aprire un comunissimo libro di geografia scolastica. Il diametro della Terra è di circa 12.742 chilometri, mentre quello della Luna è di appena 3.474 chilometri. Il rapporto tra le due dimensioni è palese: la Luna è quasi 4 volte più piccola del nostro pianeta (circa 3,7 volte per la precisione). Un corpo celeste così piccolo possiede inevitabilmente una curvatura della superficie molto più accentuata. Esiste una legge matematica, derivata dal teorema di Pitagora, che descrive in maniera inequivocabile a quale distanza appaia la linea dell'orizzonte per un osservatore posto sulla superficie di un corpo sferico. La formula è la seguente:

dove "ds" è la distanza dell'orizzonte, "rp" è il raggio del pianeta e "h" è l'altezza degli occhi dell'osservatore dal suolo. Applicando questa formula, le differenze saltano subito all'occhio! Sulla Terra, considerando l'altezza media degli occhi di un uomo adulto a circa 1,7 metri dal terreno, l'orizzonte geometrico si staglia a circa 4,65 km di distanza. Sulla Luna, mantenendo la stessa altezza visiva dal suolo d'appoggio, la rapida curvatura fa sì che l'orizzonte precipiti ad appena 2,43 chilometri. Questo vuol dire che l'orizzonte lunare appare quasi due volte più vicino rispetto a quello terrestre (4,65 / 2,43 = circa 1,91 volte). La vicinanza dell'orizzonte lunare nelle foto di Apollo pertanto, è una conseguenza assolutamente normale che dipende interamente dalla grandezza del corpo celeste e non vi è nulla di anomalo! Anzi! E' proprio quello che ci si aspetterebbe di fotografare in quelle condizioni ...

Questa vicinanza opprimente dell'orizzonte fu percepita immediatamente dagli equipaggi. Lo stesso Buzz Aldrin, una volta sceso sul suolo lunare durante la missione Apollo 11, mise in evidenza questo fattore comunicando via radio al Centro di Controllo Missione di Houston: "Accidenti, non c'è dubbio che ci troviamo su di una sfera!", puntualizzando come la superficie assumesse un aspetto nettamente curvo non appena lo sguardo si spingeva in lontananza. A questa drastica riduzione geometrica si unisce un fenomeno visivo che manda letteralmente in cortocircuito il nostro cervello: la totale assenza di prospettiva aerea! Sulla Terra, l'atmosfera è densa di umidità e pulviscolo che diffondono la luce, creando una foschia azzurrina che avvolge progressivamente gli oggetti lontani. È questo "degrado atmosferico" il metro di misura inconscio con cui valutiamo se una montagna si trova a due oppure a venti chilometri di distanza.
Particolare di un panorama di montagna terrestre. Si noti come l'atmosfera che sfuma in distanza e la relativa umidità, contribuiscano facilmente a stimare le distanze, o almeno a capire quali sono gli oggetti più vicini e quelli più lontani.
Nel vuoto cosmico lunare questa foschia semplicemente non esiste! Una collina situata sull'orizzonte a due chilometri mostra lo stesso identico contrasto e la stessa incredibile nitidezza di un masso posto a pochi metri dall'astronauta. Senza i riferimenti dell'aria, pertanto, i rilievi si schiacciano prospetticamente e le distanze diventano impossibili da valutare a occhio nudo, contribuendo a creare l'illusione ottica di un ambiente chiuso e artificiale.
Composizione fotografica della zona di allunaggio di Apollo 17. Si noti come nel complesso risulti estremamente difficile stimare le distanze nel vuoto cosmico dell'ambiente lunare, dove i dettagli lontani sono nitidi quanto quelli vicini.
Resta da chiarire l'ultimo punto sollevato dai detrattori: perché, se l'orizzonte si trova a oltre due chilometri di distanza, in molte foto appare vistosamente sfocato? La risposta non si trova in un telo cinematografico, ma nella severa meccanica delle fotocamere Hasselblad 500EL utilizzate sulla Luna. Dotate di eccellenti obiettivi Zeiss Biogon da 60 mm, queste fotocamere venivano tenute saldamente agganciate al petto delle tute spaziali A7L. A causa del massiccio casco pressurizzato, gli astronauti non potevano avvicinare l'occhio al mirino per comporre l'immagine o mettere a fuoco con precisione millimetrica. Dovevano "scattare alla cieca", affidandosi a una ghiera dell'obiettivo dotata di tre posizioni a scatto preimpostate: vicino, medio e infinito.
Quando fotografavano un compagno, il Rover o la bandiera a pochi metri, impostavano la ghiera sulla distanza ravvicinata e chiudevano il diaframma per sfruttare al massimo la profondità di campo. Tuttavia, le leggi dell'ottica non perdonano: se il fuoco è fisso a 3 o 5 metri, la distanza iperfocale non sarà mai sufficiente a mantenere perfettamente a fuoco anche l'infinito. Di conseguenza, mentre la tuta spaziale in primo piano risulta incisa e ricca di dettagli, la linea dell'orizzonte e le colline retrostanti cadono matematicamente fuori dalla zona di massima nitidezza, apparendo fisiologicamente morbide e sfocate.
In conclusione, l'orizzonte ravvicinato e la sua peculiare resa fotografica non sono gli errori pacchiani di un regista hollywoodiano a corto di budget, ma le conseguenze inevitabili e rigorose di un ambiente dominato da regole geometriche e fotografiche rigidamente calcolabili. Pretendere di giudicare le immagini lunari applicando i rassicuranti canoni visivi della Terra, un pianeta enorme, che conosciamo molto bene e avvolto da un denso strato di gas, è l'errore cognitivo fondamentale che alimenta ogni teoria negazionista. I dettagli che i complottisti additano con trionfo come prove di una messa in scena sono, al contrario, le dimostrazioni scientifiche più autentiche e inconfutabili del fatto che quelle storiche fotografie furono scattate esattamente dove la NASA dichiara: nel vuoto silenzioso e polveroso della Luna!






