La storia delle rocce lunari . . .
Un'altra trincea in cui i teorici del complotto amano barricarsi, sfidando decenni di letteratura scientifica globale, riguarda l'autenticità delle rocce riportate sulla Terra dagli equipaggi delle missioni Apollo. "Avete mai visto queste fantomatiche rocce lunari?" domandano spesso con tono provocatorio, insinuando che siano reperti inaccessibili e nascosti in chissà quale caveau militare. La realtà, ancora una volta, smentisce clamorosamente la paranoia: chiunque può non solo vederle, ma addirittura toccare con mano alcuni frammenti esposti appositamente per il pubblico in numerosi musei aerospaziali del mondo, proprio come la celebre "touchstone" del Johnson Space Center in Texas o i campioni di Apollo 11 e Apollo 17 donati dalla presidenza Nixon a oltre 130 nazioni e svariate istituzioni scientifiche internazionali.
Per importanti mostre scientifiche certificate, inoltre, è possibile richiedere campioni da esposizione direttamente alla NASA, contattando l'ufficio competente a questo sito web; per accedervi cliccare sul logo sottostante ...
Ovviamente, visto il valore inestimabile delle rocce, l'ufficio competente vi chiederà di certificare l'ufficialità e l'importanza dell'evento a livello nazionale o internazionale e ovviamente di esibire una comprovata copertura assicurativa che dovrete tassativamente sottoscriverle per importarle. Le rocce lunari sono estremamente preziose, soprattutto per quello che costa andare a prenderle nei deserti remoti di un altro mondo ...
Ma per vedere un sasso lunare in Italia non è indispensabile importarla dagli Stati Uniti d'America. Un frammento di roccia selenica appartenente alla storica Goodwill Moon Rock, rinvenuta dal geologo Harrison Schmitt nella valle lunare di Taurus Littrow durante la missione Apollo 17, è esposta al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano ed è visionabile tutti i giorni durante gli orari di apertura. È una piccola pietra dal valore inestimabile, forse la testimonianza più importante del desiderio di esplorazione dell’umanità e della sfida scientifica e tecnologica. È stata donata nel 1973 dal Presidente americano Richard Nixon alla Presidenza della Repubblica Italiana e quindi consegnata al Museo per essere custodita ed esibita al pubblico. Studiandola gli scienziati hanno potuto formulare ipotesi sull’origine e natura della Luna e aprire una finestra sui primi istanti di vita del Sistema Solare.
Ma la prova schiacciante dell'autenticità delle rocce lunari non risiede nella loro esposizione museale, bensì nel severissimo scrutinio a cui questi 382 kg di campioni sono stati sottoposti da parte dell'intera comunità scientifica internazionale. Le rocce dell'Apollo sono state sezionate e analizzate in migliaia di laboratori geologici (anche Universitari) sparsi per il globo terrestre. Il verdetto di autenticità più autorevole e politicamente pesante giunse proprio dall'Accademia delle Scienze dell'Unione Sovietica. Gli scienziati russi, nel pieno della Guerra Fredda, ricevettero dai colleghi americani diversi campioni Apollo e li confrontarono con i grammi di suolo lunare prelevati e riportati a Terra in modo totalmente automatizzato dalle loro sonde robotiche del programma Luna. I risultati chimici e isotopici coincidevano perfettamente. Se la NASA avesse fornito falsi terrestri, i sovietici avrebbero colto l'occasione del secolo per smascherare e umiliare gli Stati Uniti davanti al mondo intero! Invece, confermarono senza ombra di dubbio la provenienza extraterrestre dei campioni.
Le sonde Sovietiche Luna 16, 20 e 24 riuscirono a riportare a Terra in modo automatico circa 326 grammi di polvere lunare. Il confronto scientifico con le rocce riportate dalle missioni Apollo, contribuì a confermarne l'autenticità. Foto cortesia ROSCOSMOS.
Le sonde Sovietiche Luna 16, 20 e 24 erano in grado di riportare a Terra pochi grammi di suolo lunare in modo automatico.Messi alle strette da questa validazione incrociata, i negazionisti ripiegano su una seconda teoria: ammettono che le rocce siano lunari, ma sostengono che la NASA le abbia recuperate segretamente utilizzando sonde robotiche, scopiazzando il metodo sovietico per evitare di rischiare vite umane. Questa ipotesi si sgretola non appena si analizzano i numeri e le capacità ingegneristiche dell'epoca. Le tre sonde automatiche sovietiche coronate da successo (Luna 16, 20 e 24) riuscirono a riportare sulla Terra, con sforzi immensi e numerosi fallimenti, un totale di appena 326 grammi di polvere. Le missioni Apollo, grazie alla forza muscolare, alla capacità decisionale e agli strumenti degli astronauti, riportarono a casa oltre 382 kg di rocce di dimensioni e tipologie geologiche diversificate, inclusi campioni estratti a tre metri di profondità tramite speciali carotatrici manuali. Movimentare e riportare sulla Terra un simile quantitativo di materiale avrebbe richiesto l'invio e il ritorno di migliaia di sonde robotiche dotate di un'intelligenza artificiale e di bracci meccanici che non possediamo nemmeno oggi, per non parlare della necessità di lanciare in totale segretezza decine di razzi vettori verso la Luna, un'impresa logisticamente e finanziariamente impossibile. Quando l'ipotesi delle sonde segrete crolla, i teorici del complotto lunare si spingono ai confini della geologia fantastica, sostenendo che i campioni siano stati fabbricati in laboratori segreti governativi o che siano semplici meteoriti lunari raccolti tra i ghiacci dell'Antartide. Entrambe le tesi sono tanto assurde da far sorridere anche uno studente di geologia. Creare una roccia lunare in un laboratorio terrestre è fisicamente impossibile. Gli esami chimico-fisici hanno infatti rivelato anomalie strutturali che testimoniano una genesi avvenuta esclusivamente nel vuoto cosmico e in condizioni di bassa gravità. Le rocce Apollo, ad esempio, sono intrinsecamente e totalmente anidre: nel loro reticolo cristallino manca completamente l'acqua, un elemento che invece contamina, sotto forma di composti idrati, qualsiasi roccia formatasi sulla Terra. I mineralogisti scoprirono persino tre minerali completamente sconosciuti sul nostro pianeta, il più famoso dei quali fu ribattezzato "Armalcolite" (dalle iniziali di Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins). Inoltre, la superficie di queste rocce è martoriata dai cosiddetti "zap pits", ovvero microscopici crateri rivestiti di vetro fuso. Queste micro-lesioni sono causate dall'impatto incessante di micrometeoriti che viaggiano a velocità cosmiche (decine di km/s). Sulla Terra, la nostra densa atmosfera brucia queste particelle prima che tocchino il suolo; solo su un corpo celeste privo di scudo atmosferico una roccia può subire per miliardi di anni questo bombardamento iperveloce.

Per quanto riguarda la teoria dei meteoriti antartici, essa inciampa clamorosamente sulle tempistiche e sull'usura atmosferica. La prima vera spedizione scientifica che iniziò a raccogliere sistematicamente meteoriti in Antartide prese il via solo nel 1976, anni dopo la fine del programma Apollo, e il primo meteorite di origine lunare confermato fu identificato solo nel 1982. Ma c'è un ostacolo ancora più insormontabile: quando un meteorite lunare precipita sulla Terra, l'attrito spaventoso con la nostra atmosfera ne fonde la parte esterna, creando una spessa e inconfondibile "crosta di fusione". Inoltre, non appena tocca il suolo terrestre, la roccia inizia ad assorbire l'umidità e i gas della nostra atmosfera. I campioni Apollo, invece, sono incontaminati, privi di qualsiasi crosta di fusione da rientro atmosferico, poiché furono sigillati dagli astronauti in appositi contenitori in alluminio sottovuoto direttamente sulla superficie della Luna, preservando intatta la loro purezza aliena. A sancire la chiusura definitiva del dibattito ci pensano le firme isotopiche. Le rocce Apollo sono letteralmente sature di isotopi rari intrappolati all'interno della loro matrice minerale, spinti a forza da miliardi di anni di esposizione diretta al Vento Solare. Troviamo enormi concentrazioni di Elio-3, un isotopo dell'elio rarissimo sulla Terra ma abbondantissimo sulla Luna, insieme a specifici isotopi intrappolati del Neon e dell'Argon. Nessun forno terrestre, nessun laboratorio chimico militare e nessun meteorite caduto e contaminato tra i ghiacci antartici potrebbe mai falsificare o replicare questa firma atomica solare così perfetta. L'analisi di questi 382 kg di storia cosmica non ha solo smontato le teorie del complotto, ma ha rivoluzionato la nostra comprensione del cosmo. Studiando l'abbondanza di certi elementi (come calcio, alluminio e titanio) e la carenza di elementi volatili, gli scienziati hanno potuto formulare e validare la Teoria dell'Impatto Gigante, alla base della geo-genesi lunare ...
Oggi sappiamo che il nostro satellite è figlio di una catastrofe primordiale: un planetoide delle dimensioni di Marte, battezzato Theia, si schiantò contro la proto-Terra miliardi di anni fa. Il materiale espulso dall'impatto formò un anello di detriti incandescenti che, aggregandosi nel vuoto, diede vita alla Luna. Se uomini in carne e ossa non avessero viaggiato per 384.000 km, selezionando con occhio critico e addestrato le rocce giuste e sigillandole per proteggerle dall'atmosfera del loro mondo natale, questa straordinaria e violenta genesi del nostro sistema planetario sarebbe rimasta per sempre avvolta nel mistero.














