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La storia delle missioni lunari perfette . . .


APLLI teorici del complotto asseriscono spesso, con un finto rigore statistico, che è matematicamente impossibile che sei allunaggi su sette siano avvenuti perfettamente e senza alcun genere di incidente. Sostengono che la natura stia sempre dalla parte dell'entropia e che, applicando la Legge di Murphy, se una complessa missione spaziale non si conclude con una disgrazia, allora non può considerarsi reale. Si tratta di un'argomentazione fallace che poggia su una narrazione storica completamente distorta. Nella realtà dei fatti, accuratamente ignorata o taciuta dalla letteratura negazionista, il programma Apollo fu una corsa a ostacoli costellata da innumerevoli problemi tecnici, alcuni dei quali portarono l'equipaggio a un passo dall'annientamento, alterando costantemente lo svolgimento e la durata delle missioni.

A1LIl tributo di vite umane, tragicamente, fu pagato fin dall'inizio. La missione Apollo 1, che i complottisti amano descrivere come l'inizio della presunta messa in scena, si concluse in realtà in tragedia ancor prima di lasciare il suolo. Il 27 gennaio del 1967, durante un test di routine sulla rampa di lancio volto a simulare il conto alla rovescia, un corto circuito all'interno della capsula, saturata di ossigeno puro a pressione superiore a quella atmosferica, innescò un incendio fulmineo che in soli 17 secondi distrusse tutto. I tre astronauti Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee morirono asfissiati e carbonizzati in pochi secondi, intrappolati da un portellone che si apriva solo verso l'interno. Questo disastro, figlio di una progettazione frettolosa dettata dall'ossessione di battere i sovietici sul tempo, costrinse la NASA a fermarsi per quasi due anni. Contrariamente a chi crede che da qui sia partito l'insabbiamento, fu proprio ascoltando le critiche feroci degli astronauti superstiti che gli ingegneri riprogettarono l'intera capsula, rendendola ignifuga e dotandola di un portellone ad apertura rapida verso l'esterno. Fu solo grazie a questa riprogettazione maniacale che la successiva missione Apollo 7, il primo collaudo in orbita terrestre, si svolse senza letali inconvenienti tecnici.

A7LDurante le missioni Apollo 4 , Apollo 5, Apollo 6 e Apollo 7, la NASA eseguì test intensivi, con e senza equipaggio, per validare il gigantesco vettore Saturn V, lo scudo termico e i sistemi di supporto vitale. A questo proposito, è d'obbligo ricordare il disastro sfiorato con l'Apollo 6, una missione senza equipaggio in cui il razzo Saturn V subì danni strutturali spaventosi a causa di violentissime oscillazioni "pogo" (pericolose risonanze strutturali), perdendo persino grossi pannelli della carenatura esterna in volo. Inoltre, ben due dei suoi propulsori J-2 del secondo stadio si spensero prematuramente per rotture alle tubazioni, e il terzo stadio fallì del tutto la riaccensione. Un fallimento simile con esseri umani a bordo avrebbe significato l'aborto immediato o la morte.

A8LLa successiva missione Apollo 8 fu una scommessa azzardata, un'accelerazione brutale del programma voluta dal governo americano per battere sul tempo l'intelligence sovietica. Poiché il Modulo Lunare accumulava ritardi importanti negli stabilimenti della Grumman, la NASA decise di inviare Frank Borman, Jim Lovell e William Anders verso la Luna a bordo del solo Modulo di Comando e Servizio nel Natale del 1968. Fu il primo volo con equipaggio per il colossale Saturn V, il quale, ben lontano dall'essere perfetto, manifestò pericolose oscillazioni pogo (violente vibrazioni longitudinali) che misero a dura prova la struttura del razzo, pur non pregiudicando l'inserimento in traiettoria translunare e il trionfale ritorno a Terra.

A9LLa missione Apollo 9 collaudò finalmente il Modulo Lunare in orbita terrestre, validando le delicatissime manovre di estrazione, allontanamento e ricongiungimento (rendezvous e docking). Sebbene tecnicamente riuscita, la missione fu funestata dalle pessime condizioni fisiche del pilota del Modulo Lunare, Rusty Schweickart, che soffrì di attacchi di vomito causati dalla sindrome da adattamento allo spazio, costringendo il controllo missione a cancellare e riprogrammare buona parte delle attività extraveicolari previste per non compromettere la sicurezza dell'astronauta nella tuta pressurizzata.

A10LMa fu con l'Apollo 10, la prova generale dell'allunaggio, che si sfiorò il disastro. A soli 15 chilometri dalla superficie lunare, Thomas Stafford e Eugene Cernan avrebbero dovuto simulare l'aborto della discesa, sganciando lo stadio inferiore del Modulo Lunare per ricongiungersi al Modulo di Comando pilotato da John Young. A causa di un'errata configurazione degli interruttori di guida inserita nella lista di controllo, il computer di bordo andò in confusione, cercando disperatamente di puntare i radar verso il modulo di comando sovrastante e innescando una rotazione selvaggia del veicolo. Il Modulo Lunare iniziò a roteare fuori controllo rischiando di precipitare verso la Luna; fu solo il sangue freddo di Stafford, che disinserì il computer appena in tempo, subentrando in controllo manuale a salvare l'equipaggio dallo schianto.

A11LNemmeno l'Apollo 11, la missione più celebre della storia, fu esente da inconvenienti che portarono il Controllo Missione sull'orlo di un esaurimento nervoso. Durante la discesa finale, il computer di bordo andò in sovraccarico dati a causa di un interruttore del radar di rendezvous lasciato nella posizione errata, iniziando a manifestare allarmi continui come il "1202" e il "1201" che minacciavano di interrompere l'allunaggio. Subito dopo, Neil Armstrong si accorse che il computer li stava guidando dritti verso il cratere West, un'area disseminata di macigni grandi come automobili. Dovette assumere il controllo manuale parziale, volando orizzontalmente per superare il cratere e toccò il suolo del Mare della Tranquillità con appena quindici secondi di carburante residuo prima che la missione dovesse essere obbligatoriamente abortita. Sulla superficie, la polvere si rivelò compattata a tal punto che i due astronauti lottarono disperatamente in diretta mondiale per piantare la bandiera e le sonde degli esperimenti, rischiando di far cadere tutto l'equipaggiamento. Come se non bastasse, prima del decollo, Buzz Aldrin scoprì di aver spezzato accidentalmente con lo zaino vitale l'interruttore d'accensione del motore di ascesa. Se non avesse avuto la prontezza di spirito di forzare il circuito spingendo la punta di un pennarello nel foro dell'interruttore rotto, sarebbero rimasti intrappolati sulla Luna per l'eternità. A questo si aggiunge un dettaglio agghiacciante rimasto a lungo segreto: subito dopo lo spegnimento del motore di discesa, il carburante residuo intrappolato nelle tubazioni iniziò a congelare a causa del freddo cosmico, creando un tappo di ghiaccio che ostruì la linea. La pressione interna iniziò a salire vertiginosamente, portando il serbatoio del Modulo Lunare a un passo dalla deflagrazione termica, esplosione che fu evitata solo dallo scongelamento spontaneo avvenuto all'ultimo secondo utile prima del cedimento strutturale.

A12LLa missione Apollo 12, che avrebbe dovuto essere un atterraggio di precisione privo di intoppi, rischiò di schiantarsi nell'Oceano Atlantico a meno di un minuto dal decollo. Il razzo Saturn V, lanciato durante un temporale, fu colpito due volte da fulmini che disattivarono apparentemente l'intera piattaforma inerziale e le celle a combustibile del Modulo di Comando, facendo impazzire tutti i sistemi di telemetria. Solo grazie all'intuizione del controllore di volo John Aaron, che ordinò agli astronauti di invertire lo stato logico di un interruttore ("try SCE to Aux!"), l'equipaggio riuscì a ripristinare la telemetria e a salvare la missione prima che il veicolo fosse abbandonato in emergenza. Una volta sulla Luna, l'esplorazione fu azzoppata fin dai primi minuti: Alan Bean puntò inavvertitamente l'unica telecamera a colori direttamente verso il Sole, bruciando istantaneamente il tubo Vidicon e privando il mondo delle riprese televisive della prima vera esplorazione geologica della storia. L'incolumità dell'equipaggio fu minacciata fino all'ultimo secondo: durante l'ammaraggio nell'Oceano Pacifico, l'impatto con l'acqua fu talmente violento che una telecamera da 16 millimetri si sganciò dai supporti e colpì in piena fronte Alan Bean, facendogli quasi perdere i sensi, procurandogli una seria commozione cerebrale e costringendolo a farsi medicaredai compagni mentre ancora galleggiavano tra le onde.

A13LIl caso dell'Apollo 13 è scolpito nella storia della sopravvivenza umana. Un cortocircuito nei cavi di un riscaldatore interno causò l'esplosione catastrofica del serbatoio di ossigeno numero 2 del Modulo di Servizio, a oltre 320.000 chilometri dalla Terra. La navicella perse la capacità di generare elettricità, acqua e ossigeno, costringendo i tre astronauti a rifugiarsi nel Modulo Lunare e a usarlo come scialuppa di salvataggio per circumnavigare la Luna in condizioni di freddo estremo, disidratazione e possibile avvelenamento da anidride carbonica. Le avversità dell'Apollo 13 erano iniziate già in fase di decollo, quando il propulsore centrale J-2 del secondo stadio del Saturn V si spense con oltre due minuti di anticipo a causa di importanti vibrazioni pogo che rischiavano di compromettere la struttura, costringendo gli altri quattro motori a bruciare molto più a lungo per compensare la gravissima perdita di spinta. Si rimanda al capolavoro cinematografico di Ron Howard per tutti i dettagli di questo entusiasmante quanto difficilissimo salvataggio spaziale.

A14LAnche l'Apollo 14, lanciata dopo quasi un anno di revisioni ingegneristiche, fu funestata dai problemi. Durante il viaggio di andata, Stuart Roosa impiegò quasi due ore e sei faticosi tentativi per riuscire ad agganciare il Modulo Lunare al Modulo di Comando, a causa di un difetto nel meccanismo di cattura della sonda che minacciò di cancellare l'allunaggio. Durante la discesa, il computer di atterraggio ricevette un falso segnale di "aborto" da un pulsante con saldatura difettosa; per evitare che il motore si spegnesse a metà della discesa verso la superficie lunare, gli ingegneri a Terra dovettero variare la sequenza software di volo del computer in tempo reale, dettando agli astronauti lunghe stringhe di codice per bypassare l'errore. Arrivati sulla superficie lunare, accadde il primo episodio di disorientamento spaziale dell'equipaggio: Alan Shepard e Edgar Mitchell comunicarono al Centro di Controllo Missione di Houston di aver perso di vista il principale obiettivo della missione: il "cone crater", nonostante si appurò in seguito che gli astronauti si trovassero alle sue pendici. Complice la mancanza di punti di riferimento importanti e sicuri nell'intorno, nonché il fuorviante orizzonte lunare vicino che tendeva a disorientare falsando la lettura delle effettive distanze, l'equipaggio dovette rinunciare all'esplorazione dell'importante formazione geologica, con la perdita di tutte le informazioni che si sperava di ricavare sulle origini della zona del cratere Fra Mauro. Durante l'esplorazione, inoltre, gli astronauti ebbero notevoli difficoltà a trascinare con loro l'instabile carretto per gli attrezzi (denominato MET), che nella ridotta gravità lunare tendeva costantemente a ribaltarsi. Esausti, con il battito cardiaco alle stelle e a corto di ossigeno, ricevettero l'ordine di rallentare il loro operato, diminuendo così l'apporto scientifico che ci si aspettava dalla missione. Le foto successive scattate dall'orbita dimostrarono che per quanto riguarda il cone crater, gli astronauti erano arrivati ad appena venti metri dall'obiettivo (l'orlo del cratere per l'appunto) che avevano perso di vista.

A15LCon l'Apollo 15 arrivò finalmente il momento delle missioni a grande apporto scientifico denominate "J", che portarono all'introduzione anche del Rover Lunare, un gioiello ingegneristico che tuttavia non fu esente da problemi tecnici. La missione iniziò con un brivido, quando gli astronauti, al termine delle operazioni di allunaggio, posarono il Modulo Lunare Falcon con una zampa all'interno di un piccolo cratere, inclinandosi pericolosamente all'indietro di 11 gradi, quasi compromettendo l'angolo di sicurezza massimo di rientro. Se l'inclinazione avesse superato i 15 gradi, il propulsore di ascesa APS non avrebbe garantito la corretta traiettoria di inserimento orbitale, condannando l'equipaggio a morte certa. Durante le escursioni, il Rover si dimostrò un veicolo ribelle: privo in parte dello sterzo anteriore per un guasto elettrico, costringeva l'equipaggio a continue correzioni di direzione su un terreno disseminato di insidie non percepibili correttamente a distanza. Jim Irwin e David Scott ammisero in seguito la costante paura che la ridotta gravità lunare e l'eccessiva velocità sui declivi potessero far ribaltare irreparabilmente il leggerissimo telaio metallico, intrappolandoli sotto di esso lontano dal Modulo Lunare. Le tribolazioni non finirono nemmeno al ritorno sulla Terra: durante la fase di rientro atmosferico, uno dei tre giganteschi paracadute principali non si aprì correttamente, afflosciandosi su se stesso. La capsula Endeavour pertanto, colpì le onde dell'Oceano Pacifico sorretta da soli due paracadute, subendo un impatto durissimo che avrebbe potuto incrinare la navicella facendole imbarcare acqua, o ancor peggio ferire gravemente l'equipaggio.

A16LL'Apollo 16 portò avanti il programma esplorativo, ma non senza inconvenienti di percorso. Oltre a problemi tecnici di non poco conto avuti in orbita terrestre con il terzo stadio del Saturn V, che ritardarono non di poco la partenza per la Luna, la missione è nota per un goffo incidente superficiale: il comandante John Young, inciampando sui propri passi, strappò inavvertitamente il cavo di alimentazione principale dell'esperimento sul flusso di calore lunare (ALSEP), rendendo inutilizzabile uno strumento costosissimo e mandando in fumo anni di pianificazione scientifica. Molte delle fotografie scattate durante questa missione, inoltre, risultano opacizzate o rovinate perché la fine polvere lunare, per una disattenzione dell'equipaggio, era penetrata nei delicati meccanismi delle fotocamere Hasselblad. Ma il momento di terrore puro per l'Apollo 16 avvenne in orbita lunare: dopo essersi separati dal Modulo di Comando, John Young e Charlie Duke furono costretti a mantenere la posizione per sei estenuanti ore, mentre al Centro di Controllo Missione di Houston si dibatteva se annullare definitivamente l'allunaggio. Il propulsore principale (SPS) del Modulo di Comando e Servizio pilotato da Ken Mattingly presentava infatti un guasto critico ai sistemi di controllo dell'orientamento nello spazio (sospensioni cardaniche). Se il motore avesse iniziato a vibrare fuori controllo durante l'accensione per il rientro a Terra, infatti, l'equipaggio non sarebbe mai potuto tornare a casa e la missione si sarebbe trasformata in una letale trappola orbitale.

A17LPersino l'Apollo 17, l'ultima e apparentemente più fluida delle missioni, viaggiò costantemente all'ombra di un pericolo letale e invisibile. Durante i giorni della missione, i telescopi del sistema di allerta solare SPAN (Solar Particle Alert Network) monitorarono un'intensa attività sulla corona solare. Mesi prima dell'ultimo volo, nell'agosto del 1972, il Sole aveva rilasciato una colossale espulsione di massa coronale (CME) talmente potente che, se avesse colpito un equipaggio in transito tra la Terra e la Luna, avrebbe somministrato dosi di radiazioni letali o causato gravissime sindromi da avvelenamento radioattivo. La NASA operava su una scommessa statistica e balistica: poiché le particelle solari impiegano da due a tre giorni per raggiungere l'orbita lunare, in caso di brillamento solare estremo si sperava di avere il tempo necessario per far rientrare l'equipaggio prima che l'ondata mortale investisse la navicella. Sulla superficie, l'ultima missione affrontò anche emergenze pratiche estremamente logoranti: il comandante Gene Cernan strappò inavvertitamente con il martello geologico il parafango destro del Rover Lunare. Questa apparentemente banale rottura si trasformò rapidamente in un incubo, poiché la ruota in rete metallica iniziò a scagliare colossali ondate di polvere grigia e abrasiva addosso alle tute bianco candido degli astronauti, nonché sulle delicate attrezzature termiche, rischiando di surriscaldare e distruggere irrimediabilmente i sistemi vitali del veicolo. La soluzione non fu fornita da tecnologie fantascientifiche, ma dal crudo ingegno umano in situazioni di emergenza: gli astronauti ripararono il parafango usando nastro adesivo telato grigio, morsetti e le mappe lunari, salvando letteralmente le escursioni finali dalla paralisi.

Considerata questa lunga e spesso angosciante serie di incidenti, avarie, esplosioni e guasti sventati all'ultimo minuto (che in realtà è molto più vasta, ma impossibile da riportare per intero qui, sebbene sia perfettamente verificabile consultando le registrazioni radio complete sull'Apollo Flight Journal) l'affermazione complottista secondo cui tutto sarebbe andato 'troppo bene per essere vero' si rivela per quello che è: una menzogna costruita ad arte che sfrutta la diffusa ignoranza storica sull'argomento del pubblico profano. Il successo del programma Apollo non fu il prodotto di una sceneggiatura hollywoodiana impeccabile, ma il frutto del genio ingegneristico, della ridondanza dei sistemi e della straordinaria capacità umana di gestire l'imprevisto e sconfiggere la probabilità matematica di una morte annunciata, con buona pace dei menagrami negazionisti ...

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