La storia dell'UFO che seguì l'Apollo 11 ...
Il 19 luglio 1969 l'equipaggio dell'Apollo 11 durante il TLC scorse un oggetto rotante molto luminoso che sembrava seguirli in distanza ...Tra le leggende metropolitane più dure a morire vi è quella secondo cui un oggetto volante non identificato (UFO o UAP) avrebbe scortato l'Apollo 11 durante il suo viaggio verso la Luna. La vicenda, che ha alimentato decenni di speculazioni ufologiche, ebbe inizio il 19 luglio 1969, quando l'equipaggio notò un riflesso persistente e pulsante che sembrava muoversi parallelamente alla loro traiettoria, mantenendo distanza e velocità costanti. Non si trattava di una semplice macchia luminosa: l'oggetto appariva solido, dotato di una geometria definita che mutava ciclicamente da una forma cilindrica a una struttura simile a una "L". Per cercare di diradare l'alone di mistero, gli astronauti utilizzarono il telescopio ottico della stazione di navigazione del Modulo di Comando, uno strumento di alta precisione solitamente impiegato per allineare l'apparato vestibolare dell'astronave (piattaforma inerziale IMU) con le stelle. Tuttavia, nemmeno l'ingrandimento ottico permise un'identificazione certa; l'oggetto rimaneva un bagliore sfuggente, una presenza che nel vuoto assoluto dello spazio profondo appariva tanto reale quanto inspiegabile. Il clima a bordo si fece teso, non tanto per timori legati al paranormale, quanto per le implicazioni strategiche di quel pedinamento. Erano gli anni della Guerra Fredda e la corsa allo spazio era al suo apice: il sospetto che serpeggiò tra Armstrong, Aldrin e Collins fu che potesse trattarsi di una macchina spaziale sovietica, una sonda automatica o un intercettatore inviato dal Cremlino per disturbare, sabotare o semplicemente superare simbolicamente la missione americana. Sospetti che, col senno di poi, non erano affatto infondati: proprio in quei giorni, la sonda russa Luna 15 era in viaggio verso il suolo lunare nel disperato tentativo di
Per cercare di chiarirne l'origine, l'equipaggio tentò di osservarlo con il telescopio della stazione di navigazione di bordo, ma tutto quello che poterono vedere era un ordigno in lenta rotazione di forma vagamente a "L" ... prelevare campioni di suolo e riportarli a Terra prima degli Stati Uniti. L'idea di un'interferenza russa era un rischio concreto e calcolato. Per ottenere risposte, l'equipaggio contattò il Mission Control Center (MCC) di Houston, chiedendo con apparente nonchalance a che distanza si trovasse il terzo stadio del Saturn V (S-IVB), sperando che il misterioso compagno di viaggio fosse semplicemente il loro "eroico lanciatore" ormai inerte e alla deriva. La risposta del controllo missione, tuttavia, gelò le aspettative: lo stadio S-IVB si trovava a oltre 10.000 chilometri di distanza. Era fisicamente impossibile che fosse l'oggetto che avevano in vista! L'ordigno seguì per ore il complesso di astronavi agganciate, il cosiddetto "treno spaziale Apollo", costituito dal Modulo di Comando e Servizio (CSM) e dal Modulo Lunare (LM), per poi scomparire definitivamente alla vista ... Questa discrepanza balistica ha costituito per anni il pilastro della narrazione complottista del "contatto alieno". Tuttavia, la realtà scientifica è molto più lineare e risiede nei dettagli
Particolare dello stadio S-IVB del Saturn IB di Apollo 7, con l'adattatore SLA dispiegato in 4 pannelli a petalo. Nelle versioni lunari questi pannelli si staccavano andando alla deriva nello spazio. Foto cortesia NASA.costruttivi della missione che i teorici del complotto omettono sistematicamente. Dopo la manovra di immissione translunare (TLI), quella che lanciò gli astronauti verso la Luna, per estrarre il Modulo Lunare "Eagle" dal terzo stadio, vennero fatti saltare i quattro pannelli protettivi che costituivano l'adattatore SLA (Spacecraft Lunar Module Adapter), una sorta di garage spaziale che proteggeva il LM durante il lancio. Questi pannelli, soprannominati "petali" per il loro modo di aprirsi, erano strutture massicce di alluminio lucido lunghe diversi metri. Una volta espulsi dalla deflagrazione controllata di appositi bulloni pirotecnici e dall'azione di rilascio fornita da apposite molle, questi petali non si allontanarono dal terzo stadio in modo uniforme: a causa della mancanza di atmosfera e della minima differenza di spinta ricevuta, uno di essi continuò a viaggiare per inerzia su una traiettoria quasi identica a quella del CSM "Columbia". Ciò che gli astronauti stavano osservando attraverso il telescopio era, con ogni probabilità, proprio uno di questi petali SLA che ruotava lentamente su se stesso. La rotazione faceva sì che la superficie metallica riflettesse la luce solare come uno specchio, creando quel bagliore intermittente e quelle forme geometriche variabili che tanto avevano incuriosito l'equipaggio. Nello spazio profondo, privo di punti di riferimento e di prospettiva atmosferica, stimare la distanza di un oggetto riflettente è un'impresa disperata: un petalo di alluminio a 20 o 30 chilometri di distanza, illuminato dal sole senza il filtro dell'aria, può apparire indistinguibile da un'immensa astronave situata a centinaia di chilometri. La tesi della "scorta aliena" crolla definitivamente quando si analizza la meccanica celeste: un oggetto espulso da una navicella senza una spinta retrograda o laterale significativa rimarrà per giorni all'interno della medesima "bolla" gravitazionale, seguendo la sorgente come un compagno silenzioso. La richiesta di chiarimenti a Houston non era dettata dal terrore dell'ignoto, ma dalla rigorosa necessità professionale di mappare ogni detrito circostante per evitare collisioni durante le manovre di assetto o durante la futura frenata per l'immissione in orbita lunare. Le fantasie complottiste su una scorta extraterrestre sono dunque il frutto di una visione cinematografica della fisica, che preferisce ignorare la "spazzatura tecnologica" prodotta dall'ingegno umano per rifugiarsi nel folklore ufologico. L'Apollo 11 non era seguito da intelligenze aliene, ma dai resti del guscio metallico che l'aveva protetta durante il lancio, un frammento di alluminio che, riflettendo il sole, ha finito la propria corsa schiantandosi da qualche parte sulla superficie della Luna: e forse non è stato l'unico.


