La storia dei presunti omicidi commissionati dalla NASA ...
Il capitolo più cupo, macabro e umanamente triste dell'intera narrazione complottista si allontana dalle disquisizioni tecniche su ottica e fisica per addentrarsi nel torbido territorio del presunto omicidio di Stato. Quando la logica ingegneristica e le prove fotografiche smontano sistematicamente le teorie della messa in scena, i negazionisti più accaniti ricorrono sistematicamente a un espediente narrativo tipico dei film di spionaggio: affermano che la NASA, pur di proteggere il segreto del finto allunaggio, abbia spietatamente assassinato chiunque minacciasse di rivelare la verità! Al centro di questa teoria del terrore spiccano due tragedie reali e profondamente dolorose per la storia dell'esplorazione spaziale: la morte dell'equipaggio dell'Apollo 1 e il fatale incidente stradale dell'ispettore per la sicurezza Thomas Baron. Affrontare queste vicende richiede un assoluto rispetto per le vittime, ma al contempo un rigore logico e storico inossidabile per spazzare via le speculazioni paranoiche che ne infangano la memoria.
Il primo e più famoso pilastro di questa teoria riguarda il disastro dell'Apollo 1, avvenuto il 27 gennaio 1967. L'equipaggio, composto dai veterani Gus Grissom ed Ed White e dal collaudatore Roger Chaffee, perse la vita in un incendio fulmineo divampato all'interno della capsula durante un'esercitazione di routine sulla rampa di lancio. I teorici del complotto amano ricordare che Grissom era un uomo dal carattere ruvido, estremamente schietto e apertamente critico verso i ritardi e i continui difetti di fabbricazione del Modulo di Comando costruito dalla North American Aviation. È passato alla storia il suo gesto provocatorio di appendere un limone (simbolo americano per un'automobile difettosa) sulla struttura interna della navicella. Secondo la distorta logica negazionista, la NASA avrebbe innescato intenzionalmente l'incendio per mettere a tacere Grissom, temendo che la sua insofferenza lo avrebbe portato a denunciare pubblicamente l'impossibilità di raggiungere la Luna e la conseguente farsa governativa. Questa illazione si sgretola non appena si applica il più basilare dei principi investigativi: il movente. Se un'agenzia governativa avesse voluto accelerare una messinscena per battere i sovietici, l'ultima cosa al mondo che avrebbe pianificato sarebbe stata l'uccisione plateale dei suoi astronauti più famosi sulla rampa di lancio, tra l'altro in diretta nazionale.
L'incendio dell'Apollo 1 non risolse alcun problema di "segretezza", ma innescò esattamente l'opposto: una gigantesca e spietata inchiesta del Congresso degli Stati Uniti che mise la NASA e i suoi appaltatori letteralmente in ginocchio, scoperchiando pubblicamente ogni singolo difetto di gestione e progettazione. Il disastro paralizzò l'intero programma spaziale americano per quasi due anni (20 mesi per l'esattezza), costringendo gli ingegneri a smontare e riprogettare da zero la capsula per renderla sicura e ignifuga. Uccidere Grissom non servì a coprire le falle del sistema, ma le illuminò a giorno di fronte al mondo intero, mettendo a gravissimo rischio l'intero budget e la sopravvivenza stessa del progetto Apollo. La cruda e tragica realtà storica non parla di un omicidio mirato, ma di una mortale combinazione di arroganza ingegneristica, fretta febbrile dettata dalla Guerra Fredda, materiali altamente infiammabili (chilometri di cavi in teflon e velcro) immersi in un'atmosfera di ossigeno puro pressurizzato, e una singola, fatale scintilla scaturita da un filo sbucciato sotto il sedile di Grissom.
Thomas Baron
L'articolo di giornale dell'epoca che annunciava la morte di Thomas Baron e della sua famiglia, a seguito di un fatale incidente a un passaggio a livello non custudito.A fare da inquietante corollario a questa tragedia vi è la vicenda di Thomas Baron, un ispettore per il controllo qualità impiegato proprio dalla North American Aviation. Baron era un lavoratore scrupoloso che, ben prima dell'incidente dell'Apollo 1, aveva documentato con precisione maniacale centinaia di gravi violazioni dei protocolli di sicurezza e difetti di assemblaggio nella costruzione della navicella. Compilò un primo rapporto di 50 pagine, che in seguito si espanse in un dossier di oltre 500. Nell'aprile del 1967, pochi mesi dopo la morte di Grissom e dei suoi compagni, Baron fu chiamato a testimoniare davanti alla commissione d'inchiesta del Congresso che indagava sull'incendio. Esattamente una settimana dopo la sua deposizione, Baron morì insieme alla moglie e alla figliastra quando la sua automobile fu travolta da un treno a un passaggio a livello in Florida. Per i teorici del complotto, questa non è un'incredibile coincidenza, ma l'inequivocabile "firma" dei sicari governativi che eliminano uno scomodo informatore, facendo sparire per magia anche il suo ingombrante dossier da 500 pagine. Eppure, anche in questo caso, la costruzione narrativa crolla di fronte all'evidenza dei fatti! In primo luogo, Baron aveva già ampiamente testimoniato davanti alle autorità federali e le sue dichiarazioni erano state messe a verbale e rese pubbliche. Uccidere un testimone dopo che ha già vuotato il sacco, scatenando un inevitabile polverone mediatico, è una mossa totalmente priva di logica! In secondo luogo, il famigerato "Rapporto Baron" da 500 pagine non conteneva alcun segreto inconfessabile sull'impossibilità di andare sulla Luna o su finti set cinematografici, ma era un minuzioso elenco di inefficienze industriali, attrezzi dimenticati nella cabina e cavi mal posizionati. Questi difetti erano già stati largamente corroborati dalle indagini ufficiali della stessa NASA (il cosiddetto "Rapporto Trammell"), che usò proprio quelle prove per costringere la North American Aviation a un radicale cambio di dirigenza e a un totale rifacimento dei protocolli di assemblaggio. Il rapporto di Baron non fu distrutto dai servizi segreti, ma divenne materiale di studio e parte integrante delle audizioni congressuali. Per quanto riguarda l'incidente, la dinamica fu accertata dalle autorità locali: l'auto tentò di attraversare un passaggio a livello privo di sbarre in un punto in cui la visibilità era notoriamente ostacolata, una tragica fatalità purtroppo frequente nelle zone rurali americane dell'epoca.
L'idea che la NASA abbia orchestrato decine di "morti sospette" tra piloti collaudatori e tecnici per blindare la menzogna lunare presuppone un'organizzazione criminale infallibile, capace di gestire una scia di sangue chilometrica senza mai destare i sospetti della magistratura, della stampa investigativa o delle migliaia di colleghi delle vittime. La realtà dell'esplorazione spaziale e della sperimentazione aeronautica degli anni '60 era brutale e impietosa: decine di piloti persero la vita schiantandosi con velivoli sperimentali X-15 o T-38 semplicemente perché stavano forzando i limiti dell'ingegneria e della fisica umana, in un'epoca in cui i sistemi di sicurezza erano agli albori o proprio non esistevano. Trasformare il coraggio di collaudatori e ispettori caduti sul lavoro in un macabro romanzo di spionaggio non restituisce loro giustizia, ma li riduce a meri espedienti narrativi per giustificare una teoria che rifiuta testardamente l'evidenza. Gli uomini come Gus Grissom, Ed White, Roger Chafee e Thomas Baron non sono morti per coprire una farsa, ma perché l'audacia di raggiungere un altro mondo ha preteso un prezzo spaventosamente alto di vite. Alle loro famiglie ci stringiamo in un abbraccio di sincera solidarietà.





