Il programma lunare sovietico ...
Una delle prove più solide contro qualsiasi architettura negazionista non proviene dagli archivi della NASA o dai sensori delle moderne sonde orbitali, ma dalle nebbie della Guerra Fredda e dal più acerrimo, formidabile e competitivo rivale degli Stati Uniti: l'Unione Sovietica. Una delle argomentazioni più ingenue e ricorrenti dei teorici del complotto sostiene che viaggiare verso la Luna fosse scientificamente, tecnologicamente e biologicamente impossibile a causa delle letali fasce di radiazione di Van Allen, delle escursioni termiche estreme e della mortale ostilità del vuoto cosmico. Eppure, dall'altra parte della Cortina di Ferro, migliaia di ingegneri, fisici, chimici, astronomi e matematici sovietici stavano lavorando febbrilmente e spendendo miliardi di rubli esattamente per raggiungere lo stesso identico obiettivo. I russi sapevano perfettamente che l'impresa era scientificamente e balisticamente
Il colossale razzo vettore N1, la risposta sovietica al Saturn V americano. Foto cortesia Roscosmos. fattibile, per il semplice e inconfutabile fatto che avevano condotto i medesimi calcoli astrodinamici e le stesse misurazioni ambientali degli americani, giungendo alle stesse identiche conclusioni pratiche: la Luna era a portata di mano, accessibile, raggiungibile e smaniavano freneticamente in segreto per andarci e conquistarla! La fisica dell'universo, dopotutto, non risponde ad alcuna ideologia politica. Per comprendere quanto i vertici scientifici di Mosca credessero nella fattibilità del volo lunare umano, è sufficiente esaminare l'imponente e segretissimo programma N1-L3. Mentre la NASA forgiava il Saturn V, l'ufficio di progettazione sovietico OKB-1 stava assemblando l'N1, un razzo colossale alto oltre 100 metri e spinto da una impressionante batteria di 30 motori alla base. Esattamente come i colleghi d'oltreoceano, i russi avevano progettato un modulo di comando orbitale (il LOK) e un lander lunare (l'LK) specificamente destinato a far scendere un singolo cosmonauta (il leggendario Aleksej Leonov era il candidato principale) sulla superficie del nostro satellite. A testimonianza tangibile e inossidabile di questo sforzo titanico, i lander lunari sovietici LK non sono rimasti meri bozzetti su carta, ma furono materialmente costruiti, segretamente collaudati senza equipaggio in orbita terrestre e, dopo la dolorosa cancellazione del programma, gelosamente conservati. Oggi, chiunque nutra ancora dei dubbi sulla realtà della Corsa allo Spazio può recarsi di persona a osservare da vicino l'intricata idraulica, le zampe di atterraggio e i propulsori di queste magnifiche macchine, esposte pubblicamente in istituzioni di fama mondiale come l'Istituto d'Aviazione di Mosca (MAI), il museo aziendale della RKK-Energija a Korolëv e, periodicamente, in varie esposizioni scientifiche internazionali in Occidente. La fisicità inoppugnabile di questi veicoli metallici sovietici, progettati per posarsi sulla stessa polvere che avrebbero calpestato gli
Il Modulo Lunare Sovietico LK. Poteva trasportare un singolo cosmonauta sulla superficie lunare. Foto cortesia Roscosmos.astronauti della NASA, dimostra senza appello che l'allunaggio era un traguardo ingegneristico assolutamente reale e conteso all'ultimo bullone, non un copione teatrale! Se le fasce di Van Allen fossero state davvero un muro di radiazioni mortali e invalicabili, come supposto oggi dai teorici del complotto privi di elementari basi in fisica delle particelle, i burocrati militari e i cervelli del Cremlino non avrebbero mai autorizzato un investimento ingegneristico di tale portata, per costruire hardware fisico destinato a incenerire il proprio equipaggio ancor prima di lasciare l'orbita terrestre. Al contrario, i sovietici conoscevano a menadito l'ambiente radiattivo translunare. Avevano mappato accuratamente le fasce di Van Allen fin dai tempi dei primissimi satelliti Sputnik e delle pionieristiche sonde del programma Luna, misurando con strumentazione Geiger la densità dei protoni e degli elettroni intrappolati nel campo magnetico terrestre. I fisici russi sapevano, con la stessa certezza matematica degli ingegneri della NASA, che attraversare quelle zone ad altissima velocità, utilizzando la densità del guscio in alluminio della navicella e le paratie interne come scudo, avrebbe comportato per l'equipaggio un assorbimento di radiazioni dell'ordine di pochi milliRoentgen, un dosaggio clinico paragonabile a una serie di radiografie mediche e assolutamente trascurabile per compromettere la sopravvivenza umana. A dimostrazione pratica ed empirica di questo postulato, nel settembre del 1968 l'Unione Sovietica lanciò la missione Zond 5. A bordo di questa capsula spaziale, che attraversò di gran carriera le fasce di Van Allen, circumnavigò la Luna e rientrò sana e salva tuffandosi nell'Oceano Indiano, non c'erano circuiti elettronici inanimati, ma un vero e proprio equipaggio
Il primo stadio del mastodontico razzo lunare sovietico montava 30 propulsori NK-15. Foto cortesia Roscosmos. biologico. A bordo viaggiavano moscerini della frutta, piante, semi e, soprattutto, due tartarughe della steppa. Quegli animali sopravvissero perfettamente al bombardamento cosmico e ai pericoli del vuoto interplanetario, fornendo a Mosca la certificazione clinica inoppugnabile che il corridoio translunare era navigabile e biologicamente sicuro per gli esseri viventi. Anche l'estrema ostilità della superficie lunare, oggi spesso descritta dai negazionisti come un mare di polvere instabile o un inferno termico in cui nessuna macchina potrebbe operare, era stata scientificamente studiata, analizzata e violata dalle sonde sovietiche ben prima che Neil Armstrong scendesse la scaletta del LM. Nel febbraio del 1966, la sonda russa Luna 9 divenne il primo oggetto artificiale costruito dall'umanità a compiere un allunaggio morbido e a sopravvivere all'allunaggio. I suoi sensori meccanici e le sue nitide fotografie panoramiche confermarono senza ombra di dubbio che la regolite lunare era un suolo compatto, poroso, peculiare, ma estremamente solido, perfettamente in grado di sostenere il tonnellaggio di un veicolo spaziale senza inghiottirlo, spazzando via le ipotesi catastrofiste sull'esistenza di letali "sabbie mobili" aliene. I russi misurarono empiricamente l'albedo del suolo e la brutale escursione termica superficiale, accumulando un tesoro di dati termodinamici che coincidevano al millimetro con le letture delle sonde Surveyor della NASA. L'argomento definitivo, quello che disintegra concettualmente qualsiasi teoria della messinscena hollywoodiana, risiede tuttavia nell'impavida logica dello spionaggio d'agenzia e elettronico. Nel 1969, nel pieno dell'isteria della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica possedeva un apparato di tracciamento e intelligence (SIGINT) di formidabile potenza e copertura globale. Mosca aveva dispiegato negli oceani di tutto il pianeta un'intera flotta di navi oceanografiche camuffate, come la mastodontica "Kosmonavt Vladimir Komarov", irte di enormi antenne paraboliche radome posizionate strategicamente per
I sovietici tentarono eccome di volare alla Luna per battere gli americani nella corsa allo spazio. Il razzo N1 sulla rampa di Baikonur. Foto cortesia Roscosmos.intercettare e analizzare ogni singola onda telemetrica trasmessa dalle navicelle Apollo. I radar sovietici, inoltre, tracciarono fisicamente la massa del Saturn V mentre si inseriva in orbita terrestre, in orbita Trans Lunare e in orbita lunare, calcolarono le traiettorie e, soprattutto, i loro radiotelescopi captarono e isolarono l'esatto segnale in banda S del Modulo Lunare "Eagle" mentre scendeva nel vuoto verso il Mare della Tranquillità. Se la NASA avesse tentato di fingere la missione trasmettendo un segnale radio pre-registrato dal deserto del Nevada o da un volgare satellite spia in orbita bassa, come spesso asserito dai teorici del complotto, i tecnici sovietici, calcolando l'effetto Doppler e triangolando l'origine geometrica dell'onda radio, avrebbero smascherato l'inganno in una frazione di secondo! Invece, di fronte a dati telemetrici incontestabili la cui sorgente fisica si trovava inequivocabilmente a 384.000 km di distanza sulla superficie del nostro satellite, la leadership sovietica incassò la sconfitta in silenzio. Questo silenzio istituzionale sovietico rappresenta, dal punto di vista dell'analisi storica, la prova regina e inossidabile dell'autenticità degli allunaggi. Se vi fosse stata anche la più microscopica anomalia nei dati, o il minimo sospetto di una messinscena, la gigantesca macchina della propaganda del Cremlino avrebbe scatenato uno scandalo globale senza precedenti per umiliare il blocco occidentale, i capitalisti degenerati e vincere la Corsa allo Spazio a tavolino. Invece tacquero. Tacquero semplicemente perché l'Accademia delle Scienze Sovietica possedeva mezzi tecnici indipendenti, diretti e inconfutabili per certificare la realtà degli eventi! Oltre alla flotta oceanica, i sovietici utilizzarono i giganteschi radiotelescopi del centro per le comunicazioni spaziali profonde di Yevpatoria, in Crimea, per intercettare fisicamente e decodificare in tempo reale le frequenze vocali, televisive e telemetriche dirette trasmesse dall'intero Programma Apollo. I calcolatori balistici militari Sovietici, inoltre, registrarono e misurarono il perfetto spostamento Doppler (la variazione di frequenza dell'onda elettromagnetica) dei segnali radio dell'Apollo, che dimostrava inequivocabilmente l'accelerazione fisica della navicella verso la Luna e la sua successiva decelerazione per l'inserimento orbitale attorno al satellite. Di fronte a queste schiaccianti prove matematiche, ottiche ed elettromagnetiche raccolte in totale autonomia dai propri scienziati militari, al Politburo non restò altra scelta che accettare la totale sconfitta spaziale. Il Cremlino riconobbe il successo americano e i cosmonauti russi inviarono le loro congratulazioni, perfettamente consapevoli che nessun set cinematografico avrebbe mai potuto ingannare i loro radar, i loro telescopi in Crimea, i loro fisici e i loro ingegneri, i quali, per anni, avevano cercato di governare esattamente gli stessi identici e insidiosi rigori dello spazio!
Se la fattibilità ingegneristica del volo lunare era ormai assodata per entrambe le superpotenze, sorge spontanea una domanda cruciale: perché l'Unione Sovietica, pioniera assoluta della prima ora
Il confronto tra il Saturn V americano e l'N1 sovietico. spaziale, perse clamorosamente la corsa? La risposta non risiede in una presunta inferiorità intellettuale dei loro scienziati, anzi, ma in una combinazione letale di disorganizzazione strutturale, azzardi ingegneristici e una serie di sfortunatissime tragedie umane che decapitarono il programma al momento culminante. A differenza della NASA, che sotto la guida centralizzata di James Webb e Wernher von Braun operava come una singola macchina perfettamente oliata e finanziata con percentuali mostruose del PIL americano, il programma spaziale sovietico era burocraticamente militarizzato. L'apparato industriale russo era frammentato in uffici di progettazione (gli OKB) guidati da figure carismatiche, autoritarie e orgogliose, come Sergej Korolëv, Valentin Gluško e Vladimir Čelomej, che si facevano una efferata e dispendiosa guerra interna per accaparrarsi i fondi e i favori del Cremlino. Questa rivalità tossica, spesso alimentata dalle alte cariche militari, sfociò nella scelta tecnica più disastrosa dell'intero programma: la propulsione. Gluško, il massimo esperto sovietico di motori a reazione, si rifiutò categoricamente di sviluppare i titanici propulsori a singolo ugello alimentati a cherosene e ossigeno liquido (simili ai colossali F-1 del Saturn V) richiesti da Korolëv, preferendo propellenti ipergolici, altamente tossici ma facili da stivare. Costretto a ripiegare, Korolëv dovette affidarsi al progettista di motori aeronautici Nikolaj Kuznecov, che fornì macchine tecnologicamente avanzate ed efficienti a ciclo chiuso (gli NK-15), ma la cui spinta individuale era relativamente modesta. Per compensare e sollevare le 3000 tonnellate del vettore lunare N1, gli ingegneri furono obbligati a compiere un azzardo fluidodinamico senza precedenti: posizionare la mostruosità di 30 motori ad anello alla base del solo primo stadio. Coordinare l'accensione simultanea, la stabilità combustiva, la coordinazione direttiva, l'acustica, le vibrazioni armoniche e i flussi di propellente di 30 motori indipendenti si rivelò un incubo cibernetico totalmente insormontabile per l'elettronica sovietica dell'epoca. Il sistema di controllo di volo, chiamato KORD, presentava notevoli problemi di stabilità non appena un sensore rilevava un'anomalia, spegnendo motori a coppie per mantenere la simmetria e condannando il razzo all'irreversibile e repentina perdita di spinta. A peggiorare fatalmente la situazione, rendendola una vera e propria roulette russa ingegneristica, intervenne la mancanza di fondi per costruire banchi di prova colossali. Mentre la NASA testava singolarmente e congiuntamente l'intero Saturn V, bloccando al suolo ciascun stadio in complessi ciclopici nel Mississippi, i sovietici testavano i singoli motori a lotti ma assemblavano l'intero blocco da 30 direttamente sulla rampa di lancio, trasformando di fatto ogni decollo inaugurale in un costosissimo e catastrofico collaudo al buio. A questa fragilissima impalcatura tecnica si abbatté, implacabile, la sfortuna più nera. Nel gennaio del 1966, nel pieno dello sforzo progettuale, il geniale ingegnere capo Sergej Korolëv, l'unico uomo capace di imporre la propria autorità, fare da collante tra le fazioni e combattere la burocrazia militare del Cremlino, morì inaspettatamente sotto i ferri durante un intervento chirurgico. Senza la sua guida carismatica e il suo genio politico, il programma lunare andò alla deriva, vittima delle scadenze politiche della Guerra Fredda. La combinazione letale di 30 motori incontrollabili e l'assenza di test dinamici a terra sfociò in quattro tentativi di lancio del razzo N1 (tra il 1969 e il 1972), tutti invariabilmente conclusisi in apocalittiche disintegrazioni in volo o al suolo. La più grave di queste, avvenuta il 3 luglio 1969 e a soli tredici giorni dalla storica partenza dell'Apollo 11, vide l'immenso vettore N1 ricadere sulla rampa di Baikonur pochi secondi dopo il decollo, radendo al suolo l'intero complesso di lancio in una delle più colossali detonazioni non nucleari della storia umana. E' bene dire che l'Unione Sovietica non perse la Luna per mancanza di genio, di fisica o di coraggio, ma perché calpestò la regola aurea dell'ingegneria dei sistemi: la semplicità, soccombendo sotto il peso della propria discordia tecnica interna, di paranoia militare e di una fatale combinazione di sfortune.


