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Il mito di Stanley Kubrick alla regia ...


StanleyKubric1Per comprendere appieno l'origine di una delle leggende metropolitane più radicate della storia contemporanea, è necessario inquadrare la monumentale figura di Stanley Kubrick e il motivo per cui i teorici del complotto lo abbiano eletto a presunto artefice dell'inganno spaziale. Kubrick è stato universalmente riconosciuto come uno dei più geniali, visionari e influenti maestri della settima arte, celebre per un perfezionismo ossessivo e un controllo assoluto su ogni dettaglio tecnico, fotografico e narrativo dei suoi set. La scintilla che ha innescato la fantasia negazionista risiede in una straordinaria coincidenza temporale unita a un balzo in avanti degli effetti speciali senza precedenti. Meno di un anno prima che l'Apollo 11 lasciasse la rampa di lancio in Florida, Kubrick aveva stregato il mondo intero portando sul grande schermo una rappresentazione del cosmo, delle dinamiche orbitali e dei paesaggi lunari di un realismo visivo semplicemente inimmaginabile per l'epoca. AgliStanleyKubric3 occhi di chi cerca cospirazioni ovunque, l'equazione è parsa fin troppo ovvia: se un regista era riuscito a simulare l'ambiente extraterrestre in modo così drammaticamente convincente per il cinema, l'agenzia spaziale americana, disperata e pressata dall'urgenza di vincere la Corsa allo Spazio, doveva averlo inevitabilmente assoldato per inscenare la vittoria televisiva contro l'Unione SovieticaTra le innumerevoli e fantasiose architetture del negazionismo lunare, nessuna ha fatto altrettanta presa sull'immaginario collettivo quanto la leggenda metropolitana che vorrebbe il celebre regista Stanley Kubrick dietro la macchina da presa della più grande truffa della storia. Secondo questa narrazione, la NASA, sbalordita dal realismo visivo del capolavoro "2001: Odissea nello spazio" uscito nel 1968, avrebbe assoldato in gran segreto il cineasta per girare in uno studio cinematografico le sequenze dell'allunaggio dell'Apollo 11. I teorici del complotto più accaniti si spingono persino a sezionare un altro celebre film di Kubrick, "Shining" del 1980, interpretandolo come una lunghissima e tormentata confessione in codice: il piccolo Danny che indossa un maglione con il razzo Apollo 11, il famigerato cambio del numero della stanza maledetta da 217 (come nel romanzo di Stephen King) a 237 (che i teorici del complotto associano rozzamente alla distanza media in miglia tra la Terra e la Luna, ignorando che la distanza reale è di circa 238.855 miglia), e altre presunte simbologie esoteriche. Questa affascinante favola pop, per quanto suggestiva se letta come un romanzo di finzione, si schianta rovinosamente non appena viene sottoposta al vaglio implacabile della storia del cinema e dei limiti invalicabili della tecnologia ottica e televisiva del 1969Per StanleyKubric4comprendere l'impossibilità tecnica di falsificare le dirette dell'Apollo 11, è fondamentale analizzare gli strumenti effettivamente a disposizione dei cineasti in quell'epoca. Nel 1969 la computer grafica (CGI) semplicemente non esisteva! Per creare i magnifici paesaggi alieni in "2001: Odissea nello spazio", Kubrick dovette fare un uso massiccio e pionieristico di effetti analogici come la "proiezione frontale" (front projection). Questa complessa tecnica consisteva nel proiettare l'immagine di uno sfondo su un gigantesco schermo altamente riflettente alle spalle degli attori, utilizzando uno specchio semitrasparente posto a 45 gradi davanti all'obiettivo della cinepresa. Se la NASA avesse utilizzato questo espediente per simulare il desolato orizzonte lunare, le immense quantità di polvere sollevate dalle cadute degli astronauti o, nelle missioni successive, dalle ruote del Rover avrebbero inevitabilmente intercettato il fascio di luce del proiettore direzionale, rivelando il trucco in modo grottesco e proiettando le ombre dell'equipaggio direttamente sul finto sfondo stampato. Al contrario, nei filmati Apollo gli esploratori si muovono senza soluzione di continuità a 360 gradi in un ambiente tridimensionale sterminato, interagendo fisicamente con il terreno in profondità di campo senza che l'orizzonte tradisca la minima piattezza bidimensionaleUn altro ostacolo insormontabile, che nessun genio della fotografia avrebbe mai potuto aggirare su un set terrestre, riguarda la fisica dell'illuminazione. Sulla Luna esiste una sola, lontanissima e potentissima fonte di luce: il Sole. Poiché la nostra stella si trova a 150 milioni di chilometri di distanza, i suoi raggi raggiungono la superficie lunare in modo parallelo. Questo significa che un oggetto illuminato sulla Luna manterràStanleyKubric2 la stessa identica intensità luminosa sia che si trovi a due metri dall'obiettivo, sia che si trovi a due chilometri. Se Kubrick avesse dovuto girare la scena in un gigantesco teatro di posa per la NASA, per simulare il Sole e ottenere ombre singole e nette avrebbe dovuto utilizzare un riflettore artificiale mostruosamente potente posto a distanza relativamente ravvicinata. Qui entra in gioco una regola spietata della fisica ottica: la legge dell'inverso del quadrato della distanza (1/r²). Secondo questo principio matematico, l'intensità della luce generata da una fonte artificiale decade rapidissimamente man mano che ci si allontana da essa. In uno studio terrestre, un astronauta che si allontana dal faretto verso il fondo del set apparirebbe progressivamente e inesorabilmente sempre più in ombra, e il terreno circostante perderebbe rapidamente illuminazione svanendo nel buio. Nei filmati e nelle migliaia di fotografie dell'Apollo, la luce è invece abbagliante, costante e uniforme dalla punta degli stivali in primo piano fino alle montagne sull'orizzonte, dimostrando inequivocabilmente che l'origine di quella radiazione non era appesa al soffitto di uno studio segreto, ma sospesa nel centro del nostro sistema solare! Ma la prova definitiva e letale che riduce in cenere la tesi della regia occulta risiede nel supporto di registrazione e nella durata ininterrotta delle trasmissioni. La prima passeggiata extraveicolare di Neil Armstrong e Buzz Aldrin fu una continua e ininterrotta trasmissione televisiva dal vivo, della durata di oltre due ore e mezza. I complottisti sostengono invariabilmente che, per simulare la StanleyKubric5bassa gravità, gli attori siano stati filmati sulla Terra e la pellicola sia stata poi riprodotta a rallentatore (slow-motion). Tuttavia, nel 1969, le bobine di pellicola cinematografica da 35mm o 70mm avevano una capacità fisica e meccanica estremamente limitata: un caricatore standard per cinepresa poteva contenere un massimo di circa dieci o quindici minuti di girato prima che la pellicola si esaurisse, obbligando l'operatore a fermare l'azione per ricaricare la macchina. Registrare due ore e mezza di azione ininterrotta in slow-motion, senza un singolo stacco di montaggio o una sfocatura di transizione, era materialmente e meccanicamente impossibile con le cineprese dell'epocaSe, d'altro canto, i negazionisti ipotizzano l'uso di telecamere televisive da studio (che registravano su enormi nastri magnetici), il problema diviene altrettanto insormontabile: i videoregistratori professionali del 1969 non possedevano la circuiteria e la memoria elettronica necessarie per immagazzinare ore di nastro e riprodurle istantaneamente a una frequenza perfettamente rallentata, fluida e continua senza mostrare disastrosi artefatti visivi, sfarfallii o tearing dell'immagine. Inoltre, la telecamera lunare Westinghouse utilizzata sull'Apollo 11 trasmetteva in un formato proprietario a scansione lenta (SSTV) a soli 10 miseri fotogrammi al secondo, appositamente ingegnerizzato per sopravvivere alla ristrettissima larghezza di banda delle comunicazioni interplanetarie. Convertire segretamente e analogicamente un segnale video terrestre standard in un formato SSTV rallentato, senza interruzioni e in diretta mondiale per ore, superava di gran lunga le capacità dell'intera ingegneria televisiva globale dell'epoca. Per assurdo, nel 1969, possedevamo la tecnologia balistica per mandare due uomini sulla Luna, ma non avevamo la tecnologia elettronica per falsificarne la diretta televisivaInfine, c'è un elemento caratteriale paradossale che chiunque conosca la biografia del vero Kubrick non può assolutamente ignorare: la sua leggendaria, proverbiale e ossessiva ricerca della perfezione estetica. Il regista imponeva ai suoi attori e tecnici decine, talvolta centinaia di ciak estenuanti per ottenere una singola inquadratura perfetta, curando l'illuminazione, la geometria delle riprese e la recitazione in modo clinico e maniacale. I filmati originali dell'Apollo, al contrario, sono la cruda antitesi della grammatica cinematografica d'autore. Sono sgranati, mossi, caratterizzati da inquadrature sghembe, spietati riflessi del Sole che accecano l'obiettivo (e talvolta lo rompono irreversibilmente con nel caso di Apollo 12), astronauti che incespicano annaspano nella polvere, in un tripudio di imprevisti operativi e spigoloso realismo documentaristico. Se Stanley Kubrick avesse davvero diretto lo sbarco sulla Luna governando un budget illimitato, non avrebbe mai tollerato che un operatore inquadrasse accidentalmente il Sole bruciando i fosfori della telecamera, né avrebbe permesso che gli eroi della nazione lottassero per minuti in diretta mondiale faticando a piantare un'asta nel terreno. Ironia della sorte, la brutale imperfezione visiva di quelle riprese storiche rappresenta la firma inimitabile e il sigillo supremo della loro coraggiosa autenticità.

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