Considerazioni importanti . . .
Dopo la felice conclusione della missione Apollo 17 nel dicembre del 1972, le esplorazioni lunari con equipaggio terminarono definitivamente e, da allora, il nostro satellite non ha più visto esseri umani calcare le sue polveri. I teorici del complotto sollevano spesso questo dato storico come una presunta prova di frode, domandandosi ossessivamente per quale motivo, se andare sulla Luna negli anni '60 era considerato "facile", la NASA non vi sia più tornata disponendo della moderna e potentissima tecnologia odierna. La risposta a questo interrogativo non si nasconde in chissà quale insormontabile barriera spaziale, ma in fattori molto più terreni: la politica e l'economia, le due forze che da sempre governano il mondo e lo controllano in tutte le sue sfaccettature. Semplicemente, tornare sulla Luna richiede fondi esorbitanti e una volontà governativa ferrea e lungimirante. Il Progetto Apollo costò ai contribuenti americani decine di miliardi di dollari dell'epoca (centinaia di miliardi se adeguati all'inflazione odierna). Già dopo il rientro trionfale dell'Apollo 11, il Congresso americano iniziò a interrogarsi sulla reale utilità di continuare a finanziare in modo così massiccio un progetto che aveva ormai esaurito il suo scopo politico primario. Si era infatti ampiamente dimostrato che gli Stati Uniti possedevano la capacità di raggiungere la Luna, allunare e riportare gli equipaggi a Terra sani e salvi. Ma soprattutto, quando si era vinta la Corsa allo Spazio: l'Unione Sovietica era stata battuta sul traguardo, elevando agli occhi del mondo l'assoluta supremazia tecnologica e ideologica del blocco occidentale. Fu deciso di lanciare le successive missioni fino all'Apollo 17 unicamente perché l'infrastruttura era già operativa e l'hardware era già stato pagato e assemblato. Negli immensi hangar della NASA, infatti, si trovavano numerosi e costosissimi vettori Saturn V e altrettante capsule, commissionati dal governo americano negli anni del massimo sforzo produttivo per garantirsi materiale a sufficienza in caso di fallimenti iniziali. Tuttavia, il drastico taglio dei fondi spaziali per finanziare la Guerra del Vietnam e altre emergenze interne mutò radicalmente lo scenario. Dopo il drammatico incidente dell'Apollo 13, in cui tre astronauti rischiarono di perdere la vita a causa dell'esplosione di un serbatoio di ossigeno, il rischio politico di perdere un equipaggio in diretta mondiale divenne inaccettabile per un programma che non aveva più nulla da dimostrare politicamente. Le missioni Apollo 18, 19 e 20 vennero definitivamente annullate; i colossali razzi rimasti a terra furono in parte riutilizzati per lanciare la stazione spaziale Skylab e in parte destinati a diventare monumenti nei musei aerospaziali. La NASA chiuse così un'epoca irripetibile, non perché lo spazio fosse diventato improvvisamente inaccessibile, ma perché era venuto a mancare il carburante più importante di tutti: i soldi, la competizione geopolitica, lo scopo militare e di supremazia agli occhi del mondo.
Per comprendere appieno la portata di questa impresa, è doveroso analizzare i progressi tecnologici innescati dal programma Apollo, i cui frutti plasmano ancora oggi la nostra quotidianità. Per navigare nel vuoto cosmico, 
gli ingegneri dovettero letteralmente inventare dal nulla la micro elettronica che, all'epoca, rasentava la fantascienza. Sebbene la potenza di calcolo di allora possa far sorridere se paragonata a quella di un moderno smartphone, essa fu il vero trampolino di lancio verso l'era dell'informatica di massa. L'Apollo Guidance Computer (AGC), il cervello elettronico di bordo, fu uno dei primi sistemi al mondo a utilizzare circuiti integrati. Questa rivoluzionaria tecnologia di miniaturizzazione dei componenti su minuscole piastrine di silicio fu accelerata e perfezionata da aziende come la Fairchild Semiconductor proprio grazie alle massicce commesse della NASA. Lo scopo era quello di ottenere hardware che fosse al contempo infinitamente più leggero, compatto, veloce e resistente alle vibrazioni rispetto ai fragili sistemi a transistor o a valvole termoioniche dell'epoca. Sento dire spesso dai teorici del complotto che i computer del Modulo di Comando e del Modulo Lunare non fossero tecnologicamente maturi per gestire un allunaggio. Questa affermazione si basa su una profonda incomprensione dell'architettura informatica delle missioni. È importante precisare un dettaglio tecnico fondamentale: contrariamente a quanto spesso si creda, l'AGC non era un semplice cronometro, ma un vero e proprio prodigio dell'ingegneria del software in grado di eseguire complessi calcoli di guida, navigazione e controllo in tempo reale. Tuttavia, il computer di bordo non lavorava mai da solo. Il lavoro matematico più pesante, ovvero il calcolo delle traiettorie orbitali, della meccanica celeste e dei parametri balistici, veniva elaborato a Terra dai giganteschi super-calcolatori mainframe (alcuni grandi come intere stanze) situati nel Real-Time Computer Complex di Houston. Gli ingegneri e i matematici seduti nella "Trincea" (la prima fila delle console del Centro di Controllo Missione) elaboravano i dati vitali e li trasmettevano agli astronauti, i quali li inserivano manualmente nel computer di bordo tramite un'interfaccia a tastiera chiamata DSKY. Era una sinergia perfetta tra la potenza bruta dei calcolatori terrestri e l'efficienza miniaturizzata dell'elettronica di bordo. Se si pensa che persino i sovietici riuscivano a far volare le loro cosmonavi con tecnologie molto meno progredite, a volte basate ancora su rudimentali sistemi a valvole termoioniche, dubitare della ben più avanzata strumentazione americana risulta paradossale. Ancora oggi, agenzie spaziali di tutto il mondo si affidano alle affidabilissime capsule Soyuz, il cui progetto di base è figlio di un'ingegneria che ha superato il mezzo secolo di vita ... e questo la dice lunga!
Tra l'altro, va ricordato un fatto storico cruciale che smantella ogni residua teoria sulla presunta "radiazione letale" come causa della rinuncia ai voli lunari: anche i sovietici tentarono disperatamente di mandare i propri 
cosmonauti sulla Luna, ma fallirono. E non vi rinunciarono perché le loro sonde automatiche avevano scoperto che l'ambiente fosse letale per la biologia umana, ma per ragioni prettamente ingegneristiche: il loro gigantesco razzo lunare, l'N1, era afflitto da insormontabili problemi di progettazione. Dotato di ben 30 motori alla base del primo stadio, l'N1 aveva la disastrosa tendenza a esplodere catastroficamente direttamente sulla rampa di lancio o pochi secondi dopo il decollo a causa di letali anomalie nell'impianto idraulico e nel sistema principale di controllo. Presi dallo sconforto, paralizzati dai conflitti interni e resisi conto che il divario tecnologico con il Saturn V americano era ormai incolmabile, i sovietici cancellarono in segreto il loro programma lunare con equipaggio. Per approfondire questa faccenda una volta per tutte, è disponibile un capitolo di questa trattazione interamente dedicato al programma lunare sovietico. Per accedervi clicca qui! Per i negazionisti resta comunque sospetto come sia stato possibile creare quasi dal nulla la tecnologia necessaria per conquistare la Luna in meno di un decennio. La risposta è dolorosa per chi osserva il presente: si trattava di un'epoca in cui si credeva fermamente nella scienza e in cui si disponeva di risorse illimitate. Al coronamento del sogno lunare lavorarono oltre 400.000 persone in tutti gli Stati Uniti: un esercito di ingegneri elettronici, informatici, aerospaziali, fisici, chimici e meccanici, supportati dai laboratori delle più prestigiose industrie e università del Paese. A questo si aggiunse l'apporto inestimabile degli ingegneri tedeschi "acquisiti" dopo la Seconda Guerra Mondiale, veri pionieri della missilistica. Sotto la direzione del geniale Wernher von Braun, questo team superò ostacoli apparentemente insormontabili; senza la sua visione e la sua ferrea gestione ingegneristica, la bestia da 3000 tonnellate chiamata Saturn V non avrebbe mai staccato l'ombra da terra e la corsa alla Luna sarebbe rimasta una chimera.
Oggi, ogni volta che la civiltà moderna utilizza un computer portatile, uno smartphone, un navigatore GPS o beneficia della chirurgia laser e di innumerevoli altri dispositivi, dovrebbe volgere un pensiero di gratitudine alle missioni spaziali e in particolare all'Apollo, dove l'ingegno collettivo e la sfida tecnologica estrema hanno partorito ricadute tangibili che hanno rivoluzionato la nostra esistenza. Inoltre, negare la realtà dell'Apollo significa non comprendere come si sia evoluta la tecnologia dei decenni successivi. Il programma Space Shuttle, ad esempio, è il figlio diretto dell'esperienza maturata con i programmi Mercury, Gemini, Apollo e Skylab. Confrontando l'avionica della navetta spaziale con quella della capsula lunare si nota un'evidente continuità evolutiva. I potentissimi motori principali dello Shuttle (SSME) derivano dall'eccezionale lavoro di sviluppo condotto sui propulsori J-2 a idrogeno e ossigeno liquidi che spingevano i due stadi superiori del Saturn V. Persino il sistema di manovra orbitale dello Shuttle utilizzava motori ipergolici la cui affidabilità derivava direttamente dai collaudi effettuati sul Modulo di Servizio e sul Modulo Lunare. Negare questo ininterrotto passaggio tecnologico e affermare che l'Apollo non sia mai esistito sarebbe come sostenere che la storia dell'elettronica sia balzata magicamente dalle valvole termoioniche ai moderni microprocessori saltando l'invenzione del transistor. Affermare una cosa simile non è solo un affronto alla memoria storica, ma una mortificazione dell'intelletto e del buon senso umano!





