Il disastroso incendio di Apollo 1


Il 27 gennaio 1967, l'inesorabile marcia dell'America verso la Luna subì un arresto brutale sulla rampa di lancio 34 di Cape Kennedy, trasformando un test di routine nella più dolorosa lezione ingegneristica della storia aerospaziale. Il Modulo di Comando destinato alla prima missione con equipaggio divenne una trappola mortale per Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee durante un collaudo a terra noto come "plugs-out". La radice tecnica del disastro risiedeva in una scelta ingegneristica apparentemente razionale ma fatalmente decontestualizzata.

Nello spazio, la navicella era progettata per operare in sicurezza con un'atmosfera di ossigeno puro, ma a una pressione bassissima di soli 0,34 bar. L'impiego dell'ossigeno puro era dettato dall'ossessione per il risparmio di peso, evitando i massicci serbatoi di azoto. Tuttavia, sulla rampa di lancio, per verificare la tenuta stagna della navicella a terra, gli ingegneri dovevano gonfiare l'abitacolo a una pressione superiore a quella ambientale. Fu così immesso ossigeno puro a 1,15 bar. Respirare ossigeno a 0,34 bar una volta giunti nello spazio era vitale per gli astronauti. Anche se la pressione complessiva può sembrare estremamente bassa se confrontata con 1 bar di pressione che normalmente respiriamo al livello del mare, non bisogna mai dimenticare che in realtà la quantità di ossigeno che entra nei polmoni di un essere umano, non eccelle mai il 20% del volume complessivo inspirato. L'80% restante, infatti, è costituito di azoto. Quel 20% pertanto, tradotto in soldoni, Apollo1 2L'incendio scaturì da un cavo elettrico difettoso posto dietro la paratia della navicella, proprio sotto il sedile di Gus Grissom.Apollo1 3L'equipaggio di Apollo 1, da sinistra: Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee. Foto cortesia NASA.corrisponde a una pressione parziale di 0,25 bar. Nelle capsule Apollo, per evitare fenomeni di embolia si preferiva livellare il livello dell'ossigeno puro, leggermente più alto, circa a 1/3 di atmosfera (ovvero 0,34 bar). Ma comprimere ossigeno puro a 1,15 bar sulla Terra crea un ambiente instabile, dove il punto di infiammabilità crolla verticalmente e qualsiasi materiale brucia in modo incontrollabile. Fin dal mattino, il test era stato interessato da continui problemi di comunicazione radio e da uno strano odore acre nell'impianto dell'ossigeno, ma nessuno poteva immaginare l'inferno imminente. Alle 18:31, un picco di corrente nei sensori registrò un cortocircuito scaturito da un cavo danneggiato posto sotto il sedile del comandante Grissom. Una microscopica scintilla trovò l'ambiente perfetto e innescò il rogo. Le comunicazioni radio di quei fatali secondi sono incise come una cicatrice nella memoria del programma spaziale: si sentì prima la voce di Grissom gridare "Fuoco!", subito seguita da quella di Chaffee che confermava "Abbiamo un incendio nella cabina!". Attraverso i monitor di sorveglianza, i tecnici del blocco di controllo videro Ed White allungarsi freneticamente verso l'alto per cercare di manovrare il meccanismo a cricchetto del complesso portello interno. L'ultima trasmissione, rotta dal panico e dal dolore prima che il contatto radio si interrompesse in un rantolo statico, fu un disperato "Stiamo bruciando, tirateci fuori da qui!". Le fiamme divorarono l'abitacolo a una velocità spaventosa. In appena diciassette secondi, la temperatura sfiorò i 1000°C e l'enorme picco di pressione interna, salita oltre i 2 bar, causò la lacerazione dello scafo del Modulo di Comando, sprigionando un'ondata di fumo denso sulla rampa. Questa mostruosa spinta di pressione condannò gli astronauti: il portello, progettato per chiudersi dall'interno sfruttando proprio la pressione della cabina per garantire la tenuta ermetica, venne letteralmente saldato in sede. All'esterno, i tecnici della rampa si lanciarono eroicamente verso la navicella per prestare soccorso, ma vennero brutalmente respinti da muri di fumo tossico e calore infernale. Equipaggiati solo con inefficaci maschere antigas commerciali, progettate per fumi chimici leggeri e non per le esalazioni tossiche da combustione, lottarono alla cieca per quasi cinque, estenuanti minuti prima di riuscire a fare leva, ustionandosi le mani, e scardinare i tre strati del massiccio portello. Quando finalmente aprirono il varco, la scena che si presentò fu devastante. L'interno della cabina era un antro annerito e irriconoscibile, un inferno di cenere, fumo denso e nylon fuso. I tre astronauti vennero trovati ancora al loro posto, sui rispettivi sedili; i tubi di alimentazione dell'ossigeno erano bruciati e le tute spaziali, parzialmente sciolte dal calore estremo, si erano fuse con le strutture circostanti. L'autopsia rivelò la spietata verità: non furono le fiamme a ucciderli direttamente, ma la rapida e inesorabile asfissia causata dalle inalazioni di monossido di carbonio, che tolse loro i sensi in pochi istanti ben prima che le ustioni letali intaccassero i loro corpi. Il disastro portò il programma spaziale sull'orlo del baratro e per far luce sull'incidente fu istituita l'Apollo 204 Review Board, una commissione d'inchiesta governativa che non fece sconti a nessuno. Smontando bullone per bullone il relitto carbonizzato, gli investigatori inchiodarono l'azienda costruttrice della navicella spaziale (North American Aviation) per lo scarso controllo qualità e la dirigenza NASA per aver lasciato che la fretta di battere i sovietici oscurasse i rischi ingegneristici più basilari. Fu una catarsi devastante. Davanti al Congresso americano, l'astronauta Frank Borman, membro della commissione, ammise senza scuse ogni singola negligenza e garantì che dalle ceneri dell'Apollo 1 l'agenzia avrebbe forgiato una navicella invulnerabile. La promessa, pagata a caro prezzo, fu mantenuta: il Modulo di Comando venne riprogettato nella versione Block II, dotandolo di un portello unificato ad apertura rapida verso l'esterno, eliminando la micidiale sovrappressione di ossigeno puro a terra e sostituendo tutti i materiali infiammabili con polimeri ignifughi e autoestinguenti, garantendo in questo modo l'affidabilità suprema e inattaccabile che avrebbe portato ben presto l'uomo a  raggiungere il suolo lunare.

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