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Le conferme degli allunaggi da parte di
sonde automatiche indipendenti dalla NASA


A dimostrazione che la Luna non è un set hollywoodiano sigillato e dimenticato negli anni Settanta, il nostro satellite è diventato di recente il palcoscenico di una vera e propria rinascita dell'esplorazione spaziale, un nuovo rinascimento che sta letteralmente affollando la superficie lunare di hardware internazionale. Oltre al formidabile programma cinese Chang'e, negli ultimi anni diverse nazioni e persino entità commerciali private hanno inviato le proprie astronavi robotiche a posarsi sulla regolite, fornendo un flusso continuo e inarrestabile di dati che certificano riga per riga la fisica, la topografia e l'ostilità ambientale documentate dal programma Apollo. Nell'agosto del 2023, l'Organizzazione per la Ricerca Spaziale Indiana (ISRO) ha scritto una pagina di storia facendo allunare la sonda Chandrayaan-3, accompagnata dal rover Pragyan, a latitudini vicine al polo sud lunare. I dati termici inviati a terra da questa sonda hanno confermato un dettaglio geologico sbalorditivo che gli scienziati dell'Apollo avevano già intuito analizzando i carotaggi delle missioni Apollo 15, 16 e 17: la polvere lunare è un isolante termico eccezionale nel vuoto. La sonda indiana ha registrato temperature di circa +50°C in superficie, ma a soli otto centimetri di profondità la temperatura crollava drasticamente a -10°C, validando in modo indipendente i modelli termodinamici del suolo alieno creati mezzo secolo prima dalla NASA.

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Il lander Indiano Vikram di Chandrayaan-3, fotografato durante le fasi finali di integrazione e test presso l'U R Rao Satellite Centre (URSC) dell'ISRO. Foto cortesia ISRO.

Il rover Indiano Pragyan scende dalla rampa del Lander Vikram della missione Chandrayaan-3 e si avventura nella polvere del polo sud lunare. Foto cortesia ISROUna volta allontanatosi dal Lander Vikram della missione Chandrayaan-3, il rover Pragyan si gira e scatta questa fotografia del suolo lunare. Foto cortesia ISRO.
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La sonda Indiana Chandrayaan-2 è stato il primo orbiter in assoluto a riprendere i Moduli di Discesa dei LM di Apollo 11 (Eagle, Mare della Tranquillità, a sinistra) e di Apollo 12 (Intrepid, Oceano delle Tempeste, a destra) dall'orbita lunare. E' stata la prima prova indipendente del programma Apollo. Foto cortesia ISRO.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 2024, è stata la volta dell'Agenzia Spaziale Giapponese (JAXA) con il lander SLIM (Smart Lander for Investigating Moon). L'obiettivo di questa missione era dimostrare la capacità di eseguire un allunaggio di estrema precisione, un traguardo raggiunto grazie a un software di navigazione ottica che ha confrontato in tempo reale i crateri ripresi dalle telecamere di bordo con le mappe altimetriche globali. Quelle stesse mappe, paradossalmente per i negazionisti, sono figlie dirette delle misurazioni fotogrammetriche iniziate proprio in orbita dai moduli di comando e servizio delle missioni Apollo e poi perfezionate dal Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA. Il lander giapponese, seppur atterrato con un angolo anomalo a causa di un'avaria ai motori negli ultimissimi metri di discesa, ha rilasciato due microscopici rover che hanno fotografato la superficie lunare nel suo insieme, sormontata dal solito cielo nerissimo, i massi basaltici spigolosi e le pendenze polverose del cratere Shioli. Ancora una volta, il paesaggio catturato dalle ottiche nipponiche non mostrava cieli azzurri, umidità o sabbie terrestri, ma la medesima, desolante e arida perfezione del vuoto cosmico calpestata dagli astronauti della NASA.

ApolloLandingSiteFromLROLa sonda automatica della NASA denominata Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO), durante la sua scansione approfondita della superficie lunare, al fine di mapparla ad altissima risoluzione, è riuscita a riprendere tutti i siti di allunaggio delle Missioni Apollo. I Moduli di Discesa dei LM, così come la strumentazione scientifica ALSEP, le bandiere americane, le telecamere e i Lunar Rover, sono ancora ben visibili dopo più di 50 anni dagli allunaggi. Ancora nettamente risolubili sono anche le impronte lasciate dagli astronauti nella regolite lunare e quelle delle ruote dei Lunar Rover. Foto cortesia NASA.

Nel febbraio del 2024, il monopolio strettamente governativo dell'esplorazione lunare è stato definitivamente infranto dall'astronave robotica Odysseus (missione IM-1), costruita dalla compagnia privata americana Intuitive Machines. Questo lander, pur essendo un'iniziativa commerciale, ha dovuto fare i conti con l'esatta, identica e perfida dinamica del volo spaziale. Odysseus è atterrato vicino al cratere Malapert A, ma a causa di una velocità laterale residua e della natura ingannevole del terreno lunare, si è ribaltato su un fianco al momento del contatto, pur riuscendo stoicamente a trasmettere dati scientifici e immagini. Questo incidente, unito ai recenti schianti di altre sonde robotiche come la russa Luna-25, la giapponese Hakuto-R e l'israeliana Beresheet si trasforma nella più formidabile ed elegante dimostrazione della grandezza del programma Apollo. Il fatto che sonde moderne, dotate di intelligenza artificiale, sensori laser di ultima generazione e processori miliardi di volte più potenti dei computer di bordo degli anni '60, fatichino a calcolare l'altitudine esatta o si ribaltino al momento del contatto, dimostra in modo lampante quanto sia insidiosa la discesa finale nel vuoto e che la presenza umana a bordo delle navicelle a sovraintendere l'allunaggio, non è mai una scelta sbagliata. Evidenzia, senza ombra di dubbio, quanto fosse titanica e per nulla scontata l'impresa di Neil Armstrong, Pete Conrad e degli altri comandanti dell'Apollo, i quali, prendendo i comandi manuali negli ultimi istanti di volo, usarono gli occhi, i riflessi umani e un sangue freddo inumano per correggere le deviazioni del computer, schivare campi di massi e posare dolcemente le loro astronavi. La convergenza di tutti questi dati moderni distrugge l'ultimo rifugio logico del complottismo. Entità giapponesi, indiane, cinesi e aziende private quotate in borsa stanno oggi operando fisicamente in un ambiente che combacia al millimetro, dal punto di vista fisico, fotograficoottico e meccanico, con i resoconti dattiloscritti e le pellicole Hasselblad del 1969. Ipotizzare che la NASA abbia inscenato tutto su un set terrestre implicherebbe che l'agenzia americana sia riuscita, cinquant'anni fa, a indovinare per pura chiaroveggenza l'esatta riflettanza del suolo, la composizione isotopica del manto, le curve di temperatura in assenza di atmosfera e il comportamento della regolite sotto il peso dei veicoli, creando una finzione così mostruosamente perfetta da ingannare oggi i computer di bordo e gli scienziati spaziali di tutto il pianeta. La verità, invece, è molto più semplice e meravigliosa: l'epopea dell'Apollo fu reale, e i robot di oggi non stanno facendo altro che ripercorrere, con lenti digitali, le tracce incancellabili lasciate dagli scarponi di quei dodici giganti della storia umana!

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